domenica 1 luglio 2018

I viaggi del disagio - Scafa/Campo di Giove VIA Monte Amaro

Chi già conosce la filosofia che adottiamo per i viaggi del disagio sa bene che dietro tutto questo di pianificato c'è ben poco; più che altro la volontà e la voglia di fare una cosa e portarla al termine, nel rispetto sempre e comunque della nostra salute e della natura che andiamo ad esplorare.

Qualche anno fa, più o meno tre se non sbaglio, vengo a conoscenza tramite una ricerca google di un posto che si chiama "Fondo di femmina morta". Si trova sull'altopiano della Majella, a 2.500m di altezza percorribili per 7km lungo il costone della montagna. Raggiungerlo è possibile farlo da più direzioni in base al grado di difficoltà che si vuole affrontare. Io e il mio socio del disagio però avevamo la fissa di voler percorrere la Majella per lungo, passando dalla cima più alta sul Monte Amaro (2.793m). Più volte abbiamo provato a raggiungerlo, partendo da sud, ma capitando sempre nel periodo di pasqua non facevamo altro che andare incontro a braccia aperte al clima troppo sfavorevole per poter chiudere il giro che volevamo fare.
Per fortuna, una serie di eventi quest'anno mi hanno portata ad avere diversi giorni liberi da sfruttare e quindi, come sempre tramite una breve serie di messaggi molto coincisi, io e il mio socio decidiamo di prenderci un fine settimana lungo per provarci ancora una volta.

Oramai è rinomato il fatto che io non ho una patente, mentre il mio socio non ha un mezzo di trasporto, quindi la cosa più logica da fare in un caso del genere è informarsi sui mezzi di trasporto e procedere fin sotto la montagna tramite un bus, ma noi facciamo i viaggi del disagio per cui poco importa di arrivare freschi e puliti ai piedi della Majella, noi vogliamo vivere il disagio puro e decidiamo quindi di partire a piedi direttamente dalla stazione di Scafa, ovviamente appena arrivati, ovviamente verso l'imbrunire.

A sinistra il nostro maldestro tentativo di recuperare la foto non fatta a Scafa perchè nella fretta di darci da fare ci siamo fatti prendere dall'entusiasmo e siamo partiti spediti in direzione del massiccio.

Attenzione, adesso parto con la parte malinconica/sentimentale/personale/patetica del viaggio:

in quelle calde estati siciliane, quando ero ancora troppo piccola per vagabondare in giro da sola e troppo grande per passare il tempo con giochi e simili, sdraiata sull'amaca nella veranda della campagna, dondolandomi con un piede sul muro osservavo spesso la luna e ascoltavo in silenzio i versi delle cicale e di tutti quegli animali che solitamente possono far compagnia nelle estati silenziose e solitarie di un posto come quello in Sicilia. Pensavo tra me e me che la notte è molto affascinante, per una serie di motivi, uno in particolare è la sensazione di essere ancora più soli perchè tutti quanti dormono e quindi nessun occhio indiscreto può osservare nascosto in un angolo, nessun occhio può giudicare, nessun occhio può mettere in discussione le tue mosse. Guardavo la luna e pensavo che sarebbe stato bellissimo prima o poi, invece di fantasticare, trovarsi a passare davvero le notti in giro, per i boschi, osservando in modo discreto le usanze dei luoghi, senza mai farsi sorprendere da alcun uomo, ma farsi sorprendere solamente dai pensieri, quelli del momento, pensando che in fondo domani ci sarà da vedere altro, ci sarà da pensare ad altro.

Penso che tutti quanti abbiamo dimenticato i nostri desideri di quando eravamo più piccoli, ma che inconsciamente facciamo di tutto per realizzarli, così 20 anni dopo, in una notte di fine giugno, mentre silenziosamente attraversiamo un luogo mai visto prima, mi giro a guardare le luci di un paese che sicuramente di giovedì sera al crepuscolo sta già pensando di andare a dormire e ricordo la sensazione di vuoto dell'amaca e ricordo l'odore della campagna e ricordo quei grilli e saluto quella non ancora adulta con un sorriso pensando quasi di sussurrarle all'orecchio: se solo sapessi tutto quello che ancora hai da vivere!


Dopo più di 20km a piedi in salita, di notte, siamo stanchi, anzi distrutti e decidiamo che buttare le tende sul pratone di fronte ad un albergo chiuso ai piedi della montagna con la speranza che l'indomani ci possa essere un buon caffè e una colazione a svegliarci ci farà dormire sicuramente meglio, così chiudo la zanzariera, mi sdraio e per la prima volta dopo mesi riesco a dormire senza mai aprire gli occhi nel cuore della notte, senza pensieri, senza paure; non è di certo uno dei posti più belli dove ho dormito, ma è l'influenza della montagna che ci osserva dall'alto che mi fa stare meglio, o forse è dormire in un posto che non conosco ma sa di casa, o forse è solo la stanchezza, ma di certo so che mi fa star bene ed questa è l'unica cosa che conta.


E svegliarsi con il furgone del proprietario parcheggiato e l'odore del caffè in mente rende il tutto ancora più bello. Ci aspetta una giornata veramente impegnativa, quel caffè (anzi quei due) me lo godo fino all'ultimo goccio e mentre aspetto che il mio socio finisca di sistemare l'attrezzatura guardo la Majella e penso: tesoro mio, tu oggi mi darai proprio una bella lezione!


Già attaccando dal versante Nord capisci che non sarà una passeggiata, ma noi di tempo ne abbiamo, e anche di voglia, per questo prendiamo tutto con calma, quella calma che comunque fa bruciare i muscoli della cosce, degli addominali, dei glutei, ma lei è troppo bella, quindi tutto questo passa inosservato, e ci lamentiamo silenziosamente mentre tra una pausa ed un'altra non possiamo smettere di fare quei tipici versi di due bambini dentro un negozio di caramelle.
Il cellulare non prende, sono la persona più felice del mondo, quando il cellulare non prende vuol dire che stai andando nella direzione giusta, quella del "non me ne frega niente di quello che succede intorno a me, esiste solo tutto quello che riesco a vedere fino all'orizzonte, tutto il resto può aspettare e se non aspetta a maggior ragione non me ne frega niente"


Il primo step è andato, quello che vediamo è il Bivacco Carlo Fusco, una struttura gialla in mezzo alle mille tonalità di marrone della montagna, sappiamo che la strada è ancora moooolto lunga, ma noi come sempre abbiamo tutto il tempo del mondo e anche il clima questa volta sembra essere dalla nostra parte, abbiamo solamente qualche banco di nebbia che ogni tanto ci taglia la visuale e pazientemente aspettiamo avvolti dal freddo della nebbia che il vento porti via quelle goccioline rarefatte per spianarci nuovamente l'orizzonte e farci proseguire in sicurezza, e quello che si apre alla vista ogni volta che la nebbia va via è ovviamente lo spettacolo degli spettacoli






Trova il CAMOSCIO



Trova la DISAGIATA



Proseguiva tutto per il verso giusto, ed eravamo anche molto contenti del nostro passo che stranamente, per due che l'ultima volta che avevano fatto attività fisica era stato quella volta ad aprile che siamo andati sull'Etna, era nella media, se non superiore a quello che avevamo calcolato.
Mancava ancora poco, solamente gli ultimi 3 portoni con 300m di dislivello fino alla nostra meta, la cima del monte Amaro, dove volevamo passare la notte, quando ci accorgiamo di un piccolo problema tecnico: il percorso segnato a un certo punto viene bruscamente interrotto da un cumulo di neve vecchia non ancora sciolta, proprio sulla cresta, una di quelle cose che se non viene affrontata con la testa, visto che non siamo attrezzati, può anche farti dire ciao ciao alla tua cara vita.




C'è sempre una raffica di pensieri che viene in mente in una situazione simile, tutti assieme, tutti velocissimi, tutte soluzioni che potrebbero essere giuste o sbagliate e tra tutte quante bisogna scegliere la meno peggio, anche se questo vuol dire che nonostante l'acido lattico bisogna fare un ulteriore sforzo e non pensare che oltre il peso del corpo stai trascinando anche un bambino morto dentro lo zaino; quindi: tornare in dietro non si può, è troppo tardi, passare la notte li sarebbe inutile, il problema non si risolverebbe lo stesso, passare da sopra (la soluzione che avrei adottato io) è la scelta più veloce, dovremmo solo arrampicarci per pochi metri e scavalcare l'altra parte della cresta, ma non sappiamo se i massi possono reggere tutto il peso che trasciniamo e non ci va di sfidare la morte e non sappiamo cosa c'è dall'altra parte. Non rimane che scendere lentamente sul fianco, appena sotto il covone di neve, facendo attenzione a non scivolare sulla roccia friabile per ritrovarsi con una spalla rotta a fondo valle mentre i sassi scivolano via schiacciandoti le dita



per poi risalire, altrettanto lentamente sempre facendo attenzione a non mettere un piede in una punto troppo friabile che potrebbe farti scivolare giù e lì sarebbe un casino



E' l'adrenalina che mi fa muovere così in sicurezza, perchè l'acido lattico al pensiero di trovarsi schiantati a fondo valle è sparito del tutto e son tornata indietro al giorno prima, quando sono scesa dal treno. E' andata bene, anche questa volta, siamo felici di aver attraversato quel pezzo e anche se abbiamo perso 30 minuti preziosi non importa, siamo felici comunque.

La strada prosegue, adesso ci sembra davvero una passeggiata di salute. Nei rari momenti di calma sulla destra ci si apre lo spettacolo della valle dell'Orfento, mentre noi la osserviamo dai 2.700, ci reputiamo fortunati a poter godere di quello spettacolo indisturbati perchè in più di 11 ore di cammino non abbiamo incontrato anima viva, solo camosci e silenzio spezzato dal vento. Tutto questo non capita ogni giorno e io ringrazio sempre la mia forza di volontà che mi spinge a farlo, che vita sarebbe senza tutto questo? 


Super stanchi, coi piedi pieni di vesciche e gli occhi gonfi di bellezza arriviamo trascinandoci a malapena sui sassi, ma quella piccola struttura, una volta credo fosse rossa, che tante volte ho visto in foto fantasticando di poter arrivare a vedere con i miei occhi, adesso sta proprio di fronte a noi.

Io l'ho chiamata lo "Sputnik" anche se in realtà è il Bivacco Cesare Mario Pellino e non so perchè l'ho chiamata Sputnik, forse perchè nei miei sogni da bambina c'è sempre stato quello di fare l'astronauta, o forse solo perchè sono scema, ma a questo punto della mia vita non importa molto

Abbiamo una bottiglia di spumante, avremmo dovuto aprirla la sera, ma basta un solo sguardo una parola detta a mezza voce e la bottiglia si stappa da sola e noi festeggiamo la riuscita della scalata con un panorama mozzafiato sulla cima più alta della Majella





Quello che nei viaggi del disagio ognuno vuol fare è solamente affar suo, così quando il mio socio mi dice di voler passare la notte in tenda io glielo chiedo solamente una volta: ma sei sicuro?
Ma lui ha la testa mooolto più dura della mia e decide che assolutamente deve passar la notte in tenda lissù mentre io beatamente sbroglio il mio sacco a pelo all'interno del bivacco e alle 21 sto già in coma.
Durante la tempesta che si scatena la notte ho pensato diverse volte alla salute del mio socio, ma assolutamente convinta che in caso di pericolo sarebbe stato lui stesso a voler entrare nel bivacco continuo a dormire.
L'indomani mattina, alle 7 decido che forse è il caso di andare a controllare, quindi attraverso i 40km/h di vento gelido che tagliano faccia e mani e busso alla tenda. Mi vedo la faccia di quel pazzo sorridente dentro il sacco a pelo, dopo quella notte da lupi che mi chiede la cortesia di andargli a stendere i jeans che erano praticamente zuppi.


Non faccio domande quando 1h dopo me lo vedo presentare in mutande, però più o meno mi convinco che il mondo è bello perchè è vario e di punkettoni come lui troppi pochi ce ne stanno.


Cominciamo la discesa per vedere finalmente il Fondo di Femmina Morta, dopo 3 anni di sacrificate tappe a singhiozzi. Ho paura che quel tempo così brutto riesca a rovinare il momento

E invece è il Monte Amaro che è proprio stronzo e sempre incappucciato, perchè appena 15 minuti dopo aver iniziato la discesa il vento cala bruscamente e il sole ci asciuga. Questo, penso, è un grosso regalo di questa montagna, se la sentiva proprio che forse era il caso dopo tanti sacrifici di regalarci questo panorama.







Non posso far altro che sentirmi avvolta da quella natura rude, cruda, infedele, ruvida, stronza, bellissima, l'emozione più bella ogni volta che penso che non ci sia emozione più bella, quella natura vera, molto più vera di tutte le persone che ho incontrato per strada


è veramente il Fondo di Femmina Morta e anche se chi legge può o non può capire, c'è dietro l'emozione più bella che si possa provare, un senso di pace interiore che nulla oltre questa natura può darti.
Mia madre direbbe "su quattru petre ittati ammienzu a nenti" (sono 4 pietre buttate in mezzo al nulla) ma io penso a tutto quello che c'è dietro in modo molto più spirituale e mi chiedo sempre da chi ho preso e dove andrò a finire



Tutto il resto lo abbiamo già vissuto le altre pasque. E allora ripercorriamo a ritroso quello che già abbiamo visto le altre volte e pensiamo che davvero questa è stata la volta buona e che adesso dobbiamo trovare una nuova meta, un nuovo obiettivo, un nuovo scopo, come nella vita, è per questo che amo la montagna, perchè la meta non è mai la fine

Di sotto, in ordine, io che bacio il Cartello di Campo di Giove mentre il disagio grava pesante sulle mie ginocchia; la vista della pizza incartata della conad sullo sfondo di un bar di Sulmona quando ancora non avevamo capito dove dormire; il nostro fantastico accampamento disagiato di fronte la stazione di Sulmona; un tentativo fallito di selfie disagiato con culo di mucca che volevo cavalcare per farmi gli ultimi 2km fino a Campo di Giove.

Tutto il resto bisogna viverlo e il consiglio che do sempre è di farlo a prescindere da come dove e perchè lo si fa, perchè ne vale sempre la pena





Tutte le foto sono del socio del disagio



giovedì 19 aprile 2018

I viaggi del disagio - destinazione Etna, questa sconosciuta - da quota 0 a 3.300

Non viaggio mai in compagnia,
non mi piace

sono intollerante agli itinerari, ai programmi, alle tappe forzate, al dover parlare per forza

pur di non discutere aprendo un dibattito approvo la qualsiasi cosa e per questo poi mi ritrovo in posti che non volevo vedere o che vedo con gli occhi di qualcun altro

ma è anche vero che viaggiando da sola ho conosciuto persone che (siccome viaggiano da sole anche loro) ragionano allo stesso modo. Ce ne sono molte nell'elenco, ma ce n'è uno in particolare con il quale ho trovato uno strano feeling. Ci conosciamo da anni, ma non ci conosciamo affatto, non ci sentiamo mai, non sappiamo niente uno della vita dell'altro, in un certo senso siamo come due perfetti sconosciuti, e forse è questa la cosa che rende il nostro legame particolare.

Lui è un disadattato, un orso bianco, uno che viaggia da solo in posti assurdi, uno per cui la stima è tanta, ed entrambi pensiamo l'uno dell'altra di essere disadattati della società, anche se il suo carattere si distacca completamente dal mio.
Di solito ci mandiamo un paio di messaggi all'anno, iniziano sempre con un generico "ciao come va?" di circostanza e poi passiamo direttamente ai fatti con "che ce lo facciamo un giro?".
Vivendo poi in città abbastanza distanti non è nemmeno semplice trovare un punto di incontro comodo, ma una delle passioni che abbiamo in comune è l'Abruzzo, quindi facciamo in modo di farlo diventare destinazione di viaggio.

Questa volta però mi ha stupita; qualche settimana fa mi manda un messaggio:

- Ale non sono mai stato sull'ETNA, andiamo?
- Nemmeno io, entro stasera ti dico i voli che partono

Biglietti presi, si parte con la compagnia lowcost per Catania.
Biglietti lowcost veramente, però imbarco bici eccessivo. I giorni liberi sono davvero pochi per permettersi 15 ore di treno, pur di risparmiare sull'imbarco attrezzatura, con lo stesso tempo potrei arrivare a Kuala Lumpur (Malesia - 14h di volo contro le 15h di treno per CT), dall'altra parte del mondo.

La scelta è davvero sofferta, ma mi rifiuto di spendere tutti quei soldi per imbarcare la bici, è più una questione di principio che economica, così decido di scrivere a Giovanni, che assieme a Danu hanno da poco aperto un'associazione Ciclabili Siciliane, che si occupa di sviluppo di turismo sostenibile all'interno dell'isola.

- Ciao Giò, io e un amico abbiamo deciso di fare qualche giorno sull'Etna, tu hai qualcuno da consigliarci per un noleggio bici?
- Noi facciamo noleggio bici, ve le portiamo da Palermo sul posto e poi ce le veniamo a prendere, così ci vediamo che è da un anno che non parliamo

Che cos'è l'ETNA?

"A Muntagna", la Signora viene riconosciuta con questo nome dai miei corregionali. Sappiamo tutti quanti che è il vulcano (tra l'altro attivo) più alto d'Italia, con i suoi 3.343m di altezza (momentanei) e un diametro di 40km occupa una superficie vastissima, per noi ambiente perfetto dove perdersi tra boschi e mini-deserti lavici, che se penso che in 18 anni della mia vita passati in Sicilia non ho mai avuto la curiosità di esplorare, mi viene da prendermi a schiaffi.
L'Etna comunque rimane per me quel mostro che da bambina mi faceva tanta paura. Pur trovandosi a più di 100km dalla mia vecchia casa la paura che la lava potesse arrivare a invadere le vie della città durante la notte era un incubo ricorrente, per questo ne conservo un ricordo affascinante; adesso pensare che da quei 100km che separavano il mio comodo letto mi troverò praticamente dentro la sua bocca, dentro una tenda spessa pochi millimetri, ha risvegliato la bambina che è in me.

Curiosità, per me è la parola chiave di ogni viaggio, breve o lungo che sia.
La curiosità di mettersi davanti i propri incubi a distanza di tempo e vedere come va a finire.
La curiosità di vedere se anche noi in Italia, e nello specifico in quella terra che da piccola ho odiato e nel tempo ho imparato ad amare, la Sicilia, non abbiamo niente da invidiare a posti che ho sognato di visitare per tanto tempo, ho visto e poi ho immagazzinato nella mente come un bellissimo ricordo.
La curiosità, per me, di tornare indietro nel tempo e dare una seconda possibilità alla terra che ha formato il mio carattere.

Insomma, sono curiosa e basta.

il pentolino attaccato allo zaino è classe
I viaggi del disagio oramai è uno stile di vita. Non so nemmeno come sia nato questo nome, in realtà è semplicemente il disagio di non avere niente di prettamente tecnico ma di provarci lo stesso; io e il mio socio portiamo via dell'attrezzatura, chili e chili di roba che trasciniamo a fatica e ovviamente tanta sfortuna con un pizzico di spirito di adattamento.




Ad ogni modo, ogni volta che decidiamo di fare qualcosa so già che tornerò a casa distrutta

esempio di (dis)adattamento (da notare il calzino bucato)

L'Etna è pur sempre una montagna con un'elevazione per niente da sottovalutare e io soffro il freddo in un modo esagerato, però mi piace la montagna e allora cerco di fare il possibile per adattarmi a questo ambiente.

Mi ritrovo così a dormire (!) sul tetto della Sicilia, con venti che soffiano a 80km/h, temperatura sotto zero e una tenda da picchettare assolutamente non adatta a questo tipo di iniziative, però si fa, in qualche modo si risolve sempre e il discorso è che devi sempre risolvere i problemi con quello che trovi a disposizione nel tuo raggio d'azione.




Partendo direttamente dal dunque ci siamo ritrovati in un supermercato di Nicolosi con 1kg di tortellini in mano



- Con questi ci facciamo due cene da paura

credo siano state parole mie, in quel preciso istante in cui ho dimenticato quanto odio il sapore dell'uovo e quanto sofferta sarebbe stata la cena dei giorni seguenti

Wild Camping, anche se all'italiana sarebbe Campeggio Selvaggio e alla siciliana n'abbiammu ammienzu ai rasti



Ma noi siano international e lo chiamaeremo Wild Camping.
E' semplicemente il rifiuto di strutture attrezzate per dormire (anche in tenda), la ricerca del luogo perfetto dove potersi buttare chiudere gli occhi e riposare in attesa che i primi fili di luce l'indomani facciano da sveglia. Il wild camping viene con l'esperienza, ed è un pò come saper accendere un fuoco con la legna raccolta invece che usare la carbonella comprata. Non ho mai avuto paura di dormire all'aperto senza una struttura di protezione, ma sapersi adattare è una prerogativa imprescindibile da questa filosofia.
Noi ci adattiamo a tutto, io invece devo ancora imparare, il più delle volte, se la temperatura scende sotto zero è inutile anche solo sperarci: non chiudo occhio.


Ma non è questo il caso del Campo Base 1 a quota  1.200m sul Monte Sona (cono avventizio, ovvero un cratere che si forma quando il flusso di magma sotterraneo devia dal condotto principale per dar luogo ad eruzioni laterali dirante le quali le scorie si accumulano, formando i coni che rimangono attivi solamente durante l'eruzione per poi spegnersi per sempre e questo in particolare si è fromato tra il 1.000 e il 1.300 d.c.) perchè siccome siamo in Sicilia, comunque la temperatura è molto ragionevole, anche a 1.200m di altezza.

Il mio incubo si fa sempre più vicino

Sapevamo che risalendo la montagna lungo la statale avremmo beccato il nostro ultimo punto di appoggio al Rifugio Sapienza, dove un enorme parheggio e una marea di ristoranti sono pronti ad accogliere il turista più esigente in materia di Arancina.

Quello che non sapevamo, ma un pò sospettavamo, era che oltrepassato quel punto la strada sarebbe diventata senza dubbio non fattibile per percorrerla con due bici e 20kg di bagagli a testa.
Ci pensiamo e prendiamo la seconda decisione sofferta del viaggio: abbandonare le nostre bici e proseguire la scalata a piedi. Ma le bici non sono le nostre e farsele rubare quando te le hanno prestate non è il massimo della gentilezza (ricordando le parole di Giovanni: mi raccomando ragazzi, non ve le fate rubare e non buttatele dentro un cratere), quindi cerchiamo una persona fidata che le possa tenere sott'occhio, senza ovviamente far capire le nostre intenzioni.



Tentativo n.1

Di fianco a uno dei tanti ristori del Rifugio Sapienza c'è uno stand che affitta bici elettriche e quad, si pensa di lasciare le bici nel loro gazebo
Mi affaccio, c'è un tipo barbuto che mi guarda storto e già penso che il tentativo sarà inutile

- Ciao - con aria di vaghezza - ma per caso sai come stanno messe le strade che portano dal versante sud al quello nord della montagna? - il mio inutile approccio, un accenno di socializzazione prima di chiedere un favore

Mi guarda, come ovvio, con aria esperta e super vissuta

- Ciao, non puoi salire su - sgamata! - la condizione delle strade non è accessibile e sopra i 2.900m hai bisogno di una guida aplina - cioè me, cioè pagami, cioè ma ti pare che facciamo andare tutti su così?

- Ah, ma no, era solo per curiosità - faccio finta di guardare qualche cartina appesa al muro ed esco lentamente

Tentativo n.2

Aspettiamo che il tipo barbuto si dia il cambio con il secondo tipo barbuto e mando il mio socio

- Non gliel'ho chiesto, parlava al telefono e mi guardava con aria da esperto -

Tentativo n.3

Non possiamo bruciarci l'ultima possibilità e l'ultimo tipo sembrava il più simpatico, abbiamo barattato uno sguardo alle bici per un caffè al bar

- Ma noi chiudiamo alle 17 -
- Vabbè, magari riusciamo a tornare prima, al massimo prendiamo una stanza e recuperiamo le bici domani -

Si va, ottimo, e la stanza l'abbiamo prenotata davvero, una suite cratere laterale vista monte (cratere sommitale)




E' la signora, e noi dormiamo ai suoi piedi, dopo più di 8 ore di cammino e uno stronzo che voleva fare la spia, francese, e si sà, i francesi rompono sempre le scatole.

Sopra i 2.900m bisogna andare con la guida

A 3.000m, poco prima del Campo Base 2 con questa bellissima vista, becchiamo una guida alpina con un gruppo di persone che scendono il versante direzione rifugio. Le persone erano 3, uno di questi 3 era francese e mentre noi guardavamo a terra sempre con quel senso di vaghezza di chi sta facendo una cosa che in teoria non andrebbe fatta lui ci guarda e ci augura la buona notte, strillando, all'orecchio della guida.
Nessuna conseguenza per fortuna, solo lo sguardo distratto della guida che per un attimo ha cercato di capire dove stessimo andando.




Piantata la tenda, mangiato i tortellini, bevuto la birra, capisco che quella notte non avrei proprio dormito e lo capisco perchè la situazione l'avevo già vissuta nella Death Valley:
terreno roccioso, impossibile da picchettare, tenda sorretta da massi (lavici, quindi super affilati), vento, un vento della madonna.

Ore 2.00 del mattino, all'incirca: mi accorgo di vedere le stelle, nel senso che la copertura della mia tenda è volata via e il cielo è limpido, quindi si vedono veramente le stelle.
Mi alzo di corsa, prima che il telo finisca dentro il cratere, prendo due/tre pietre coi piedi scalzi, giusto per farmi un pò di male, ricopro la tenda e nell'affrettarmi prima che il mio sacco a pelo diventi di nuovo ghiacciato la poziono su una roccia troppo appuntita e di conseguenza la strappo; questo giusto perchè la sera stessa stavo pensando di rivenderla a qualche amico.
Non riesco comunque ad essere infastidita da tutto questo, non posso: mi guardo ai lati, sono all'interno di un cratere, guardo sopra e vedo quelle freddissime, ma affascinanti stelle, lontane dalle luci della città, guardo di fronte e vedo l'Etna, sta fumando, in questo momento riposa pure lei, ma sappiamo benissimo che è viva e respira. Non posso essere infastidita da tutto questo, altrimenti non sarei andata lissù.

L'indomani chiedo al mio socio come ha passato la notte

- Ho dormito benissimo -

benissimo ... io ho solo accumulato minuti di sonno, ma sono stata sveglia la maggior parte della notte, è per questo che si chiama disagio

La foschia non aiuta di certo, anzi, la vediamo come pericolosa nemica pronta a farci mettere i piedi su qualche crepaccio. E vediamo che lenta si avvicina a monte, per cui decidiamo di affrettare davvero il passo, il rischio è quello di essere venuti qui per nulla, perchè se la foschia ci immerge noi sicuro non siamo così pazzi da salire in cima a un vulcano attivo.
Proseguiamo seguendo quello che doveva essere il sentiero per arrivare in cima, un pò osservando vecchie tracce lasciate da qualche guida sulla neve oramai ghiacciata e vecchia, un pò guardando l'altimetro, ma sopratutto osservando innervositi che il vento ha cambiato direzione e la fumata bianca dell'Etna che prima si rivolgeva al versante nord adesso ci sarebbe venuta addosso in pochi minuti.

Salire dalla parte del sentiero è impossibile



Il vento che prima soffiava a nord ovest, adesso viene dritto da noi a sud ovest e ci investe in pochissimo tempo; i polmoni bruciano e cominciamo a scappare giù in fretta, prima che quale fumo ci faccia stare male.
Ci siamo giocati così quasi 300m di dislivello in positivo, che per noi è quasi 1h buttata via, ma non si può mollare così, decidiamo di mollare tutta l'attrezzatura legandola per non farla scivolare via e prendere la direttissima, mentre ci avviciniamo sempre più alla sommità fumacchioli escono timidi dalle rocce.

E' l'ultimo passo prima di arrivare su.
Non sembra, ma la salita è davvero ripida, faccio un passo e ne scendo due, mentre il mio socio arriva con un buon passo in cima e so che mi sta aspettando godendosi in solitaria quel maestoso paesaggio.





Una montagna quando la scali ha una cima, di solito arrivi e poi guardi giù, un vulcano invece, anche se è pur sempre una montagna, quando arrivi non guardi in giù, perchè c'è un enorme buco dal quale, secondo i sogni che facevo da bambina doveva vedersi della lava fluida, inarrestabile, invece nella realtà vedi solo tanto fumo e sai che sotto quel fumo c'è l'inferno, più o meno come quello descritto da Dante. E questo mi regala impressioni del tutto inaspettate, come se sentissi che c'è una natura viva, la roccia è viva, il fumo si muove, fuori è ghiacciato, dentro non riesci nemmeno ad immaginare quanto caldo possa essere e l'odore di zolfo permea ovunque, è uno spettacolo.



Siamo sul cratere sommitale, bocca nuova, di fronte a noi il cratere di nord-est, e ai lati il cratere di sud-est e il nuovo cratere di sud-est

ce l'abbiamo fatta

e mentre siamo ancora su, raccogliendo le ultime immagini per la memoria dei ricordi felici sopra di noi un elicottero

- Ma non starà mica cercando noi? -

ripenso a quel francese maledetto

- Spero proprio di no, non ho i soldi per pagare questa cazzata che abbiamo combinato -










martedì 3 aprile 2018

Raid di Femmina Morta - la tradizione pasquale

Quando riesci a spostare il limite, anche se di poco, pochissimo, vuol dire che hai comunque conquistato un grosso obbiettivo, anche se quello che volevi raggiungere dista ancora parecchi km e parecchi metri di dislivello.

Non era questo quello che mi passava in mente mentre sabato pomeriggio in treno raggiungevo Sulmona attraversando i paesaggi collinari laziali e più avanti quelli più selvaggi dell'Abruzzo.
Pensavo che comunque avremmo dovuto dare il tutto per tutto per almeno provare ad arrivare a meta, quella meta che già lo scorso anno ci eravamo prefissati come punto limite.

Ale, sopra i 3.000m il mondo cambia completamente

Con questa frase, eccitante quanto basta, è iniziata la strada che porta in cima al Monte Amaro, il punto più alto della Majella.

Non si tratta di una semplice scalata in bicicletta su asfalto, no, qua l'asfalto finisce subito e bisogna lavorare con la mente per cercare di superare la soglia di tolleranza che le gambe, ma non solo, si tratta di tutto il corpo, sono abituate a raggiungere, a volte superare; è il cervello che muove tutto.
Si tratta di entrare dentro i boschi, su sentieri ripidi e, se si è fortunati, il terreno accompagna fino a quote abbastanza alte, se invece ha nevicato, o sta nevicando, bisogna tenere bene a mente che la cosa diventerà sicuramente più ostica del previsto.
Non importa comunque, già il solo fatto di essere li, e provarci, ha un fascino tutto suo. Lasciamo alle spalle routine, brutte giornate, stress da città e ci immergiamo completamente in un fitto sistema di alberi e fauna che a un certo punto lasceranno spazio solamente a roccia, ghiaccio e vento e quindi, una volta arrivati su, tutto quello che siamo nel quotidiano non ci riguarderà più.
E' per questo che lo faccio.

Lo scorso anno, sorpresi da una nevicata improvvisa abbiamo dovuto abbandonare il nostro obiettivo solamente arrivati a 1.200m sul versante sud-ovest della montagna, dove un sentiero, illeggibile in quel periodo dell'anno, ci avrebbe dovuto portare in cima arrampicandoci su una scarpata, come fossimo caprette.

Non facciamo gli stessi errori dello scorso anno, il Monte Amaro è raggiungibile da ogni versante della Majella

Decidiamo di attaccare dal versante più esposto al sole, quello che sta a sud-est. Il gestore degli impianti di risalita ci fa sapere per telefono che è tutto spento, non c'è neve, nessuno sale sopra se non può divertirsi a sciare.
Per noi è un'ottima notizia, ci risparmiamo un bel pezzo di neve, che sicuramente ci farà risparmiare tempo e fatica.

Le previsioni danno forti venti, parliamo di 50/60 km/h, che con una temperatura che oscilla sui 7/8° può creare un effetto che fa percepire la temperatura come fosse a -18°. Noi dobbiamo dormire lissù, con quel vento, in tenda

Il primo obbiettivo è arrivare a 1.700m da quota 400m e avvantaggiarci in modo tale da affrontare subito il pezzo più ripido.
Partiamo da Sulmona dopo le 20.00, fuori ha smesso di piovere a dirotto, adesso piove, ma poco. Bisogna stare caldi, la temperatura comunque è abbastanza bassa, ci fermiamo solo per entrare in quei piccoli bar che incrociamo sui paesini sotto la montagna.
E' bello, perchè questo non è mai fatto con spirito agonista, di prevalsa, di orgoglio o frustrazione, non è un fatto ormonale, ci va e basta, anche con la pioggia, di notte, comunque vada, in qualsiasi punto decideremo di smettere, andrà sempre bene

Io ai posti mi affeziono

Cansano è un piccolissimo paese, l'anno scorso ci siamo fermati per una birra al bar sulla piazza.
Adesso passiamo e quel bar è chiuso.
Sento come un pezzo della mia vita che non esiste più, eppure è stupido affezionarsi ai luoghi, è solo un bar, uno come tanti, anche se per me è quel bar dove quella volta io e il mio amico ci siamo fermati per una birra, con la cartina della Majella aperta sul tavolo a cercare percorsi fattibili, un modo per salire sopra.
Rivedo quelle due sagome appoggiate al tavolino, eravamo noi un anno fa, con meno esperienza, con una vita diversa, con altri obbiettivi.
Adesso siamo di nuovo qua, come due stupidi a ritentare qualcosa che sappiamo essere troppo difficile per avere la certezza di chiuderlo, eppure ci proviamo, anche con più entusiasmo di un anno prima, proprio perchè sappiamo cosa ci aspetta tra qualche ora, mentre siamo ancora li, bagnati e freddi, a cercare un riparo temporaneo e caldo che ci dia energia per continuare.
Queste cose non ce le diciamo, ma sono sicura che le pensiamo entrambi; con lui è così, a volte le parole sono superflue.

Sei un gigante di ghiacchio, stai lì ferma, sotto di te la vita di paese, gente che beve e che mangia, un giorno di festa; eppure potresti ucciderci tutti e basterebbe un attimo, ma tu stai ferma dove sei, e guardi con sufficienza quella vita lì, che non ti riguarda, mentre secoli e secoli di vento ti hanno disegnata e continuano a farlo il maniera impercettibile

La Majella al buio è bellissima, sembra che una pennellata bianca, su quel fondo nero, abbia volutamente separare il cielo, adesso nuvoloso, dalla roccia, molto più in fondo le luci di un paese di cui non conosco il nome, con i suoi abitanti, magari ubriachi o magari al riparo davanti un camino acceso, sotto delle coperte calde.
Passiamo Campo di Giove, appena dopo la mezzanotte, e la pioggia si è trasformata in leggeri fiocchi di neve. Un tipo ubriaco al bar dove ci siamo fermati una decina di minuti in paese ha chiesto la nostra direzione.
Il mio amico inventa una meta finta, con la naturalezza di un bugiardo cronico. E' abituato a sfuggire alla gente, mentre io lo assecondo ma incredula mi chiedo perchè lo stia facendo

Quello li, se gli dicevi la verità, sai che testa ci faceva?

Rido, non posso dargli torto, in fondo che importa? Lì, da un'altra parte, in un altro posto ancora, comunque a prescindere da quello che avrebbe detto saremmo andati comunque.
Arriviamo agli impianti e cominciamo a risalirli.
Ci facciamo forza l'un l'atro, perchè la salita è ripida, le bici sono solo un grosso impedimento, le mani si congelano solo provando a togliere i guanti, ci fermiamo ogni 50m di dislivello, cerchiamo di mangiare qualcosa, ma il vento a tratti sembra che frusti la carne scoperta. Continuiamo a ripeterci che dopo quella curva il dislivello si addolcisce, ma non è vero, peggiora sempre di più e tira sempre più vento e la notte si fa sempre più fitta.
Dobbiamo chiuderla per forza, non possiamo piantare la tenda in picchiata, e poi secondo noi la piana sta proprio dietro l'angolo.
Sento che i crampi cominciano ad arrivare.

Cosa ci faccio io in piena notte sul versane di una montagna, sotto la neve, trascinando a fatica una bici e un carico sulle spalle, per arrivare in un punto che poi non so nemmeno se potrà garantirmi un posto non esposto dove dormire?

L'ultima curva ho fatto un atto di fede, ho pensato che se non era veramente l'ultima probabilmente non saremmo mai arrivati.
Ma c'era quel vento fortissimo che mi faceva capire che c'eravamo, stavamo per scavalcare il primo passo.
Il mio amico non lo vedevo più, solo un faro nella notte lontano parecchi metri, che si agitava e ogni tanto guardava dietro per capire se c'ero ancora.

Arriviamo sopra, una sola folata di vento e mi sposto di qualche metro, capisco che devo fissare meglio i piedi e abbassare il baricentro, altrimenti richio di finire giù, perchè tanto non si vede niente.
Adesso capisco che ho sudato, lo so perchè sotto i vestiti quel sudore comincia a ghiacciarsi velocemente, dobbiamo sbrigarci prima che i muscoli diventino freddi.
Grido perchè lui è andato ancora avanti, probabilmente non si è reso conto che avevamo superato la struttura dell'impianto, ovviamente non mi sente, troppo vento, energie sprecate. Lo raggiungo più in fretta che posso e indico l'impianto.
Troviamo una baita, siamo felici come non mai, quel muro ci permetterà di ripararci dal vento.
Impossibile piantare la mia tenda, dovrei fissare i picchetti su una grata sotto la tettoia, troppo difficile in quelle condizioni, così piantiamo la sua.
Io entro alla fine, in quella tenda da un posto, già occupata dall'attrezzatura.
Ci stiamo appena, incastrati e impossibilitati a muoverci.
Tolgo la scarpa destra, prima di entrare le gambe dentro, e in un solo attimo il piede diventa di pietra. Quel sudore in un secondo rapidissimo mi si è congelato addosso. L'altro piede lo entro con la scarpa.
Il sacco a pelo mi avvolge, anche la testa rimane dentro, una sola fessura per respirare e chiudo gli occhi.
Sono le 3.45 del mattino quando finalmente la giornata si può dichiarare chiusa.

Non ho dormito, solo microsonni di 10 minuti, il piede è rimasto congelato fino al giorno dopo.
Un raggio di sole sugli occhi socchiusi e capisco che si è fatto giorno.


Pipì, mi scappa proprio.
Non ho avuto il coraggio ieri notte, ma adesso non posso proprio rimandare.
Sono le 7.00 e la giornata inizia con quest'unica impellente necessità.
Nessuna sveglia, nessun appuntamento, nessun capo, nessuna responsabilità se non quella di scongelarsi in fretta per ricominciare da dove avevamo lasciato.

Quanti giorni sono passati? Solo poche ore, appena 12 e sembra quasi una settimana. Ma sto così bene che il mio cervello si convince che in realtà i giorni siano mesi, non si può stare bene in così poco tempo

Il sole ci da speranza, la giornata prometteva così bene che ci eravamo pure convinti di potercela fare ad arrivare in fondo.

7km - 1.300m di dislivello - 10 ore di luce
Vento in faccia si, ma il cielo sereno e la visibilità buona sono due ottimi compagni di squadra.
Arriviamo a scavalcare il primo pendio, saliamo ancora di un pò di metri, siamo proprio convinti, poi leggo in faccia al mio amico l'espressione di chi ha perso le speranze, allora guardo indietro e vedo quel grosso enorme cappello grigio che rapidissimo si avvicina.
E' un attimo, le condizioni cambiano e non ci lasciano speranze.

Torniamo indietro vero?

Si, tra poco non ci sarà più visibilità

Ci riproviamo l'anno prossimo, prima o poi ce la facciamo

Mentre scendiamo giù dallo stesso versante, il giorno ci svela quello che la notte prima ci eravamo permessi di fare e sono del tutto convinta che il buio ci abbia dato la spinta per scalare, se avessi guardato in faccia quel versante nascosto nella notte non avrei mai provato a scalarlo.




Ale, quanti giorni sono passati?

Poche ore

Troppa roba, sembra una settimana


Ci siamo andati molto più vicini questa volta

Si

Mi sento distrutta e felice

Anch'io 






Pasqua 2018

giovedì 21 dicembre 2017

Scappo di casa e mi perdo nel Sahara - ultimo atto

Sono scappata di casa e mi sono persa nel Sahara veramente

Sono scappata di casa perchè ho rotto l'abitudine col mio mondo, oramai da parecchi anni e quando si rompono le abitudini è sempre un piccolo shock.
A volte bastano pochi giorni per respirare; ho la fortuna di avere l'Abruzzo a pochi passi da casa, così quando il clima e il tempo materiale lo permettono stacco la presa e parto due giorni, ma l'Abruzzo è sempre in Italia e per quanto sia un posto selvaggio e bello non riesce a rompere le abitudini.
Per rompere le abitudini a volte bisogna andare lontani da casa per confrontarsi con culture e abitudini diverse; così ho scoperto mondi distanti e mi sono resa conto che ogni volta che tornavo poi le cose sembravano diverse e così ho continuato e alla fine ho deciso di rompere completamente lo schema di viaggio e ho cominciato a pensare di viaggiare in mondi ancora diversi e così sicuramente cambierà ancora lo schema e così via.
A volte poi non bisogna aspettare di tornare a casa per vedere che le cose cambiano, perchè succede già durante il percorso, come è successo in quest'ultimo viaggio.

Mi sono persa nel Sahara perchè amo i deserti e penso di aver già esaurito le parole per spiegare la motivazione; ma mi sono persa nel Sahara anche perchè era il posto più vicino e più distante che riesco ad immaginare. Vicino perchè geograficamente è dietro l'angolo, distante perchè fino ad oggi mi ero confrontata con culture più o meno simili a me, perchè di questo posto molto turistico in realtà non si sa niente e perchè basta per il momento viaggi in occidente. 
E mi sono persa davvero e questa è una cosa che capita spesso quando si decide di cambiare in continuazione percorso, è una cosa che ho imparato col tempo, ci ho messo anni a capire che era molto più bello perdersi e non seguire un tracciato. 

In questo blog raccolgo pensieri, non mappe. Qui dentro trovate pezzi di vita che nessuno può ripercorrere, perchè ovviamente sono frutto di esperienze personali, ma li racconto nella speranza di far capire che un viaggio così è possibile per tutti. 
Magari non saranno le stesse esperienze, magari saranno anche più belle di queste, però bisogna partire e non stare solo a leggere; quindi partite con gli occhi aperti e la mente spalancata perchè è un bellissimo modo di perdersi nel mondo, magari con un pò di fortuna la strada per tornare a casa nemmeno la trovate più.

Scappo di casa e mi perdo nel Sahara - ultimo atto

La strada asfaltata è un segno scuro di catrame che visto da un satellite fa pensare che ai suoi bordi non ci sia nulla, in realtà c'è tutto il mondo che ho raccontato in queste ultime settimane.
Io la raggiungo con un sorriso ben visibile, sono felice perchè ho appena realizzato uno dei sogni della mia vita (percorrere almeno un pezzo della Parigi-Dakar) e perchè sono stanchissima e ho bisogno di una doccia, un letto vero e un pasto che non sia contaminato con granelli di sabbia che frantumano i denti ad ogni morso e anche perchè quei 25 litri di acqua che pazientemente ho trasportato in questi ultimi giorni sono finiti.
Mi sento talmente sicura, adesso che sono fuori dalle piste, che anche se il primo villaggio si trova a 20km dal punto in cui mi trovo, quell'ultimo mezzo litro di acqua che ho conservato fino alla fine decido di berlo perchè ho la gola completamente secca e le labbra spaccate dal sole e sono più che certa che in mezz'ora la massimo potrò avere tutta l'acqua che voglio.
Se c'è una cosa che continuo a non imparare da ogni viaggio è che la presunzione è un'arma a doppio taglio: da una parte forse è quella che stimola l'umore e che permette di fare ciò che non si fa nella norma (tipo 100km al giorno, a 40° sotto un sole che brucia e distrugge cellule, con un carico di 50kg posizionato tra schiena e bici), dall'altra fa commettere errori gravissimi (tipo rimanere senz'acqua).

Non è che finita la pista cambia la temperatura e cambia il sole, quelli sono gli stessi, solo che il cervello pensa che essendoci una strada asfaltata allora il pericolo di disidratazione non sussiste.
Il vento che fino a un attimo prima mi spingeva aiutando notevolmente la mia andatura, adesso era esattamente in direzione contraria, ecco così che 20km in 30 minuti diventano 20km in 4 ore e intanto il corpo perde liquidi e di la non passa proprio nessuno.
Quando il corpo si disidrata a me succede che si affacciano alla mente tutta una serie di pensieri assillanti e autoumilianti per cui alla fine gambe e braccia decidono di fare quello che vogliono, ogni due km mi devo fermare e cose del genere.
In realtà il mio viaggio non è ancora finito, mi mancano tipo 700km, quindi bere da un pozzo potrebbe causare dissenteria e mettermi in difficoltà i giorni seguenti, decido di resistere alla tentazione di bere l'acqua che ho raccolto in un pozzo tempo prima, che mi porto dietro con l'unico scopo di utilizzare solo in caso di reale necessità; ma camminando, visto che il vento non mi permette di pedalare, realizzo che all'orizzonte ci sono delle abitazioni e la speranza si riaccende.

Mi trovo così a bussare a casa di una famiglia in cerca di acqua potabile. Mi viene offerta un'anfora dalla quale bevono tutti, l'ho vista in diverse occasioni, quindi sono abbastanza certa che si tratti di acqua potabile, il cervello si rifiuta di avvisarmi di quello che mi è noto da sempre, cioè l'acqua che bevono loro è presa dai pozzi, quindi in realtà non è potabile. Prima di accorgermi del retrogusto metallico e sabbioso ne ho mandato giù più di un sorso e la consapevolezza di quello che stavo ingerendo comunque non ha fermato l'istinto di idratazione.
Qualche ora dopo, appena trovato un posto dove dormire, ho passato l'intera serata chiusa in bagno. 
Si vede che i miei anticorpi sono belli attivi perchè l'indomani sto come nuova, o quello o un miracolo e io non credo nei miracoli.

Zagora è l'antitesi di tutto quello che ho vissuto gli ultimi giorni, c'è di nuovo gente ovunque, ai lati, al centro della strada, indaffarati in commerci vari o seduti all'ombra a non fare nulla, così anche le città o i villaggi successivi, realizzo quindi che sto veramente tornando a Marrakech.
Quello che vedo la mattina quando mi sveglio l'ho già vissuto, ci sono le montagne dell'Alto Atlante che mi aspettano, ci sono di nuovo vecchi camion stracolmi di persone che zigzagano pericolosamente lungo la strada in curva, c'è di nuovo tutta una serie di personaggi assurdi che mi aspetta agli ingressi dei villaggi, alcuni insistono perchè compri i loro oggetti, altri mi spingono, altri mi guardano e basta, però ho la forte sensazione che stavolta lo sto vivendo in modo diverso. Forse mi sono abituata a quel casino, o forse è il mio atteggiamento che è cambiato. Adesso mi fermo a parlare con loro, rido e scherzo, in un villaggio le anziane mi riempiono le tasche di datteri, in un altro una specie di edicola mi regala un piatto di carne in cambio di una chiacchiera, in un altro ancora mi siedo per bere un tè e comunico a gesti con un vecchio sdentato e simpatico, in uno incontro un tipo che avevo incontrato in un altro villaggio e lui si sbraccia e mi chiama per nome e penso che le coincidenze sono davvero assurde, i ragazzini no, quelli continuano a tirarmi le pietre, però adesso che ho scoperto il trucco del lucchetto sembra tutto più facile.

Insomma le giornate passano veloci anche se il vento continua ad essere contrario, mi dicono che lì fa vento forte tre giorni all'anno ed evidentemente il karma deve avermi punita in qualche modo, però adesso che ho risolto i miei conflitti interni nemmeno il vento può darmi fastidio, non fino a quando inizio la salita reale, quella che punta dritto ai passi di montagna.

Ho passato l'intera giornata a pedalare contro vento, 12 ore contro vento, quello che avrei potuto fare in 8 ore al massimo, con tutte le soste anche quelle che non potevo permettermi, l'ho fatto in 12 ore no stop contro questo c. di vento; c'è da diventare pazzi. Le salite bene o male, riuscendo a leggere le carte sai sempre quando finiscono, il vento no, quello può durare un'ora, due o tutto il giorno e tu non lo saprai mai, per questo ti sembra di impazzire.
Arrivo al punto in cui la strada è la stessa che ho fatto un paio di settimane prima. So per certo che esiste un villaggio di nome Ait Ben Haddou, che negli ultimi anni ha fatto il botto e adesso è piena di alberghi di lusso, lo so perchè spacciandomi per guida turistica quella volta che ho incontrato lo spagnolo ho dormito a scrocco in una struttura, che non era a 5 stelle, ma faceva schifo uguale e il solo pensiero di riaffacciarmi li mi disturba più del vento.


La strada divide in due il posto, da una parte gli alberghi, i turisti, i venditori ambulanti che diventano ossessivi, i soldi; dall'altra parte la miseria più totale.
Mi fermo e non capisco niente perchè dopo quelle 12 ore a spingere è già buio e ho il morale sotto terra e non ho voglia di cercare un posto dove dormire. Vedo le luci di Ait Ben Haddou che illuminano il profilo dei ruderi mentre io rimango avvolta dal buio ,penso di temporeggiare ma che quello è l'unico posto dove dormire, sempre perchè piantare la tenda vicino luoghi turistici può risultare pericoloso.

Una ragazza e sua madre mi salutano sedute su un masso polveroso. La ragazza si chiama Zahara, non parla francese, solo le espressioni basilari, ma ci capiamo, in fondo nemmeno io parlo francese, mi invita subito a casa sua, ma prima aspettiamo la sua bambina che torna dalla scuola.
Zahara in realtà non ha una casa, ovvero ce l'ha ma ha una stanza solamente ed è senza tetto; il bagno è delimitato da mattoni forati e la doccia è un secchio di plastica che viene riempito da un pozzo. In quella stanza vivono Zahara, i suoi tre figli, la madre e il fratello. Suo marito lavora a Marrakech, in un riad e si vedono una volta ogni due settimane. Le faccio vedere la cartina ma lei non sa dove ci troviamo, lei non ha idea in che parte del mondo ci troviamo.
Mi chiede se voglio fare un giro nel villaggio e allora percorriamo la strada, più o meno 500m tutta, tra polvere e case diroccate, tutti salutano, anche se si riesce a vedere ben poco, in qualche modo si riconoscono, arriviamo in fondo alla strada e torniamo indietro, Zahara non è mai stata a Marrakech, Zahara non è mai uscita da quella strada.
Tra tutte le notti in cui ho dormito a casa di sconosciuti quella per me rimane la più assurda.

Pochi sanno che cosa è la notte.
Di notti ne ho vissute tante durante i miei viaggi, spesso insonni, per questo la conosco bene.
Per la maggior parte di noi è un tempo vuoto, il tempo in cui si dorme e tutto passa sopra.
Eppure le notti non sono tutte uguali. Ogni fase della notte si differenzia per sfumature, dell'aria, del colore del cielo, degli odori, della posizione delle stelle e della luna, dell'intensità del vento; non a caso per gli antichi greci e romani la notte si divideva in quattro parti, corrispondenti alle Vigilie.
La prima parte era il Vespera appena dopo il crepuscolo, un momento dove i suoni e i rumori sono il prolungamento del giorno appena trascorso; poi c'era la Media nox dove il buio regna totale ma profumi e odori conservano ancora un certo tepore, il corpo si rilassa e la natura prende il sopravvento; il Gallicinium era l'ora del canto del gallo a notte profonda, dove le voci diventano sussurri e la mente vaga intorno ai ricordi della giornata: la conclusione avviene al Conticinium, quando il gallo tace e l'inquietudine prende il sopravvento, appena prima dell'alba le ore in cui nulla si muove.
Di notte avvenne l'ascesa al cielo di Maometto, in sella a Buraq, il destriero magico dal volto di donna che lo portò fino al cospetto della pura volontà di dio; sempre di notte il cavaliere medievale di preparava all'investitura, indossando abiti bianchi per purificarsi con lunghe ore di veglia, solitudine e preghiera; e ovunque nel mondo la notte appartiene agli spiriti e media il contatto tra l'uomo e il soprannaturale. (cit. Paolo Novaresio)
Per approfittare della notte bisogna essere liberi da impegni pratici e mentali e questo avviene sopratutto quando si è lontani da casa, per questo la notte appartiene anche ai viaggiatori.
Ci sono notti fredde, notti tiepide, brevi o che sembrano non finire mai, dolci o terribili. Ma nella mente del viaggiatore la notte è sopratutto un luogo, un posto dove ci si ferma, una tappa lungo il percorso; spesso solo un'immagine, un frammento di mondo rimasto impigliato nello sguardo.
C'è chi nella notte ricorda la cresta sinuosa di una duna illuminata dalla luna, nel bel mezzo del Sahara, niente fuoco, nè luci, tutto intorno la terra scricchiola, si contorce come fosse viva; sono i Djenoun, dicono i Tuareg, gli spiriti delle terre desolate che si ridestano, e io posso crederci, anche se non sono portata a crederci, solo perchè è tremendamente vivo tutto quello che sta intorno a me.
C'è chi ricorda il rumore delle pareti di ghiaccio, quel ghiaccio stridulo che si assesta e riempie il vuoto della notte, che altrimenti sembrerebbe assente, ma si può scrutare l'oscurità fin che si vuole, non esiste paesaggio, la notte ha inghiottito ogni cosa, del mondo non resta altro che il luccichio di quella montagna, immateriale.
C'è una gerarchia delle notti: ce ne sono di ordinarie e importanti, e poi ci sono le notti fatali, che coincidono con l'accadere di qualcosa, sia un evento, un pensiero o un incontro, ma quelle notti non si possono esprimere, nè raccontare.

Mi hanno offerto un tè perchè era tutto quello che avevano in casa, siamo andati a dormire alle 9 di sera perchè non hanno candele per fare luce, avvolta dentro un materasso, senza un tetto sopra non riuscivo a vedere niente perchè le luci degli alberghi a 18 stelle dall'altra parte della strada, dove i soldi girano e ne girano troppi, inquinano il cielo e non si vedono stelle, non riuscivo a dormire perchè continuavo a chiedermi come è possibile un simile paradosso: due mondi opposti e paralleli divisi da una strada.

Di notti insonni ne ho vissute tante, ma questa è una di quelle che posso definire fatali






Italian Coast to Coast from Roma to Pescara

"In natura un contorno non esiste, dunque la forma disegnata dall'artista non è un elemento realistico, ma una sorta di spettro"

G. De Chirico

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