giovedì 30 novembre 2017

Scappo di casa e mi perdo nel Sahara - il giorno dove (quasi) tutto è cambiato

Mi sveglio effettivamente in tempo come mi ero promessa perchè la giornata è ricca di salite (diciamo anche che la strada è solo in salita) fino al centro esatto dell'Alto Atlante, via da quella serie di piccoli villaggi che vicini alla grande città sembrano essere il suo specchio in versione mini.
Non so perchè, ma decido di non seguire più il piano che avevo in mente per la giornata, ma di seguire la strada che lo sconosciuto a cena mi aveva disegnato con foglietto e coltello.



Che fai non segui le indicazioni di uno sconosciuto?

Forse lo scambio di informazioni formulato a gesti non ha funzionato perchè alla mia domanda se la strada era in buone condizioni ed in salita lo sconosciuto ha risposto di si alla prima e di no alla seconda, quindi appena imboccata la sua "scorciatoia" mi accorgo subito di non aver capito niente.
Decido comunque di continuare su quella via anche perchè di villaggi ne ha indicati solamente due ed trattandosi di luoghi "fuori portata" per la massa forse sono anche più tranquilli.



Devo dire che la ragione stavolta ce l'aveva lui e anche un pò io, perchè effettivamente i due villaggi erano formati da 4 case diroccate e una decina di abitanti, qualche pastore lungo il sentiero con le sue capre nere (non capisco perchè il Marocco non esiste il formaggio) e nessun furgone affollato a farti da spola.
Tutto bello, bellissimo, ma ... la strada si esaurisce in un'ottantina di chilometri e il restante diventa di nuovo asfalto e ovviamente incontri.

L'incontro questa volta è stato con un europeo, una guida turistica.

Sul punto più alto della catena montuosa, là dove passa una delle strade più belle del mondo, famosa per le sue curve (sono 12 esattamente, un'ammazza gambe di poco più di qualche km con un dislivello di circa 400 m), in cima, un curioso spettatore mi sta osservando e attende che io finisca.
"Hola" esordisce dichiarando la sua nazionalità.
Un pò mi rallegra il fatto che si tratti di uno spagnolo, ha pure la faccia simpatica.
Mi racconta in pochi minuti di cosa tratta il suo lavoro, fa qualche battuta simpatica sulle attitudini comportamentali dei suoi clienti in base alla nazionalità e all'età, poi comincia a fare una serie di domande (riporto da post su FB scritto quando ero li)

Mi chiede dove sono i miei amici e io rispondo un po' ovunque nel mondo. 
Mi chiede da dove vengo e che strada ho fatto e rispondo da Marrakech lungo l'unica via che passa tra le montagne. 
Mi chiede visto che guidano come i pazzi se ho paura e rispondo che vivo a Roma, lì guidano peggio. Mi chiede allora dove sto andando e rispondo che cerco le piste a confine con l Algeria. 
Mi stringe la mano e mi dice: forse tu hai più palle di me, io rispondo che non sono palle ma ovaie.

Prima di lasciarmi, essendo una guida turistica che svolge dei mini trail in mtb mi chiede info sulla strada sterrata appena percorsa. Un pò mi dispiace dargli informazioni su una strada che non conosce turismo, mi sento un di tradire la fiducia dello sconosciuto del "ristorante", un pò mi esalta l'idea che una guida turistica chieda informazioni a me, quindi propongo uno scambio di favori: io gli spiego la strada nei dettagli e la fattibilità del percorso e lui mi indirizza verso un villaggio dove poter dormire la notte.

Vabbè ovviamente la battuta me la sono cercata (italiani brava gente), però ottengo un posto a quattro soldi in un albergo di Ait-Ben-Haddou (capirete in seguito quanto questa scelta sia stata dettata ancora dalla mia mala fede nei confronti degli abitati del luogo e quanto mi sia pentita di aver sprecato questi primi giorni a rincorrere un posto sicuro invece che fidarmi di loro).
Ottengo un posto di onore in un albergo come "collega" dello spagnolo appena arrivata dall'Italia per guidare un gruppo di turisti che arriverà l'indomani.
Ottengo anche preziose info sul perchè i bambini tentano di uccidermi ad ogni angolo di strada e la risposta fa capo al mio vestiario non idoneo ai loro usi e costumi con una frase che mi rimbomberà in testa per tutto il viaggio "chissà che cosa passa nella loro testa". Un pò mi viene la tristezza a pensare che la loro cultura sia così poco elastica da non permettere nemmeno a una persona di passaggio di indossare i pantaloncini, dall'altro lato mi rendo conto che la regola non vale solo per le donne, quindi mi consolo quasi subito, in fondo già dal giorno dopo scoprirò che i pantaloncini non li posso più mettere perchè oltrepassato il confine geografico delle montagne si fa subito deserto e il sole cambia l'intensità dei raggi, quindi non permette comunque di poter girare con la pelle al vento.





E infatti è subito deserto!





Svegliarsi con la certezza che da li in poi non riuscirò più a seguire un piano preciso è la cosa che più mi piace dei miei viaggi. Quindi parto benissimo e la giornata passa zigzagando tra una pista e l'altra in attesa che si faccia buio e sia costretta a fermarmi.
Chi se lo aspettava che il Marocco fosse così bello?
Praticamente ho ripercorso tutto quello che ho fatto un anno fa in pochi chilometri e con molti meno soldi (ovviamente in piccolo se paragonato alla mostruosa natura che offre l'America, però molto soddisfacente).
Comincio a simpatizzare per la gente locale, che passando da una regione ad un'altra, è cambiata in attitudini ed abitudini; comincio a familiarizzare con beduini che pascolano cammelli, donne che portano in spalla fasci di rami secchi, qualche bambino che però non essendo in gruppo timidamente solleva la mano in segno di saluto e non per tenere minaccioso una pietra in segno di sfida, ma sopratutto comincio a capire che posso contrattare per avere cibo e un letto.
Ricordando le parole di Hassan e i suoi strani disegni sulla mia cartina mi rendo conto che non è ancora giunto il momento per piantare la tenda. 
Due sentimenti contrari si fanno spazio nel mio stomaco: da una parte la voglia di dormire fuori in tenda, accendere un fuoco, mangiare all'aria aperta, sostare in silenzio davanti gli avanzi sul piatto e riflettere su quello che sto provando; dall'altra il gravoso peso delle raccomandazioni che mi porto dietro.

Il dubbio se ne va da solo appena incrocio un villaggio e mi fermo in un ristoro per bere una cosa (ovviamente tè caldo alla menta, non hanno altro).





Leggevo prima di partire che per una donna è consigliabile non sostare nei ristori se frequentati solo da uomini, quindi mi affaccio timidamente un attimo per capire chi si trova all'interno: solo uomini.
Comincio a pensare che
a- non ci sono donne (perchè in giro se ne vedono pochissime)
b- forse non è più il caso di allarmarsi fino a quando non succederà qualcosa di effettivamente importante da riportarmi sulla difensiva, quindi me ne frego di quello che la gente scrive e mi siedo a un tavolino (anche perchè o quello o l'ansia perenne, e io sono in ferie, non ho voglia di stressarmi).


Da qui in poi una formula che si avvererà ogni volta per tutto il viaggio: stazionare per più di 5 minuti da soli in un ristoro significa invitare la gente a sedersi vicino a te per una chiacchiera in arabo.


Se dico che è divertente nessuno mi crede, ma la comunicazione a gesti è diventata la mia nuova frontiera del divertimento. Di solito il primo si avvicina perchè incuriosito dal tuo aspetto, poi una volta licenziato si avvicinerà il secondo che farà più o meno la stessa cosa, poi magari qualcuno ti farà un gesto per invitarti a cena e quasi sicuramente potrai rimanere pure a dormire. Si improvvisano come dei b&b, solo che di bed & breakfast non hanno nulla: il letto è più o meno una branda fatta di paglia, puoi dormire assieme a loro, e la colazione è in realtà un ricco piatto di tajine o cuscus cucinato da una donna per tutta la famiglia (composta da non meno di dieci persone).


Non è la prima volta che degli sconosciuti mi invitano a dormire a casa loro, ma è la prima volta che accetto di farlo e non so nemmeno io cosa mi sia passato in testa in quel momento, ma da li in poi i miei dubbi su quelle persone andranno affievolendosi fino a scomparire del tutto.





Su questo un chiarimento è fondamentale: è ovvio che non mi sono fidata proprio di tutti, una piccola selezione è necessaria, non metto a rischio la mia vita, ma credo che il linguaggio del corpo sia una delle cose più facili da comprendere, mi è successo nei viaggi precedenti ma in questo ancora di più perchè eliminata la barriera del linguaggio, dove ognuno a parole è più o meno bravo a far intendere cose che in realtà non sono, rimangono gli sguardi e i gesti e a volte guardare una persona dritto negli occhi dice molte più cose di quelle che si possono trovare in una frase ben formulata.





martedì 28 novembre 2017

Scappo di casa e mi perdo nel Sahara - #km0 - Marrakech

Sperando che questo preambolo non vi abbia annoiati e che sia servito un pò a far capire la logica del viaggio io comincerei come sempre dall'inizio.


Quest'anno per la prima volta in assoluto sono partita senza avere un appoggio amico all'estero (le altre volte ci sono sempre riuscita, non so come, non so perchè, ma ho sempre trovato un appoggio iniziale grazie ad amici di amici di amici e di questo sono tutt'ora molto felice, anche perchè ho avuto occasione di conosce persone splendide con le quali mi sento volentieri ancora dopo anni, questo non vuol dire che debba necessariamente seguire la formula ogni anno).
Ho trovato un riad appena dentro le mura della medina in Marrakech grazie a un noto sito di prenotazione, il prezzo era ottimo, la struttura nuova, quindi perfetto per una persona che ha bisogno di ambientarsi e di uno spazio per una notte dove maturare le idee per i giorni successivi.



Niente di più sbagliato.

L'arrivo a Marrakech è stato abbastanza traumatico. Il mio ospite era un ragazzo di nome Hassan che lavorava nella struttura da poco più di un mese. Dalla sera prima del mio arrivo cerchiamo di comunicare con difficoltà per via della lingua e l'insistenza del volermi procurare un taxi che mi porti dall'aeroporto al riad comincia a snervarmi. Decido che comunque non avendo di meglio a portata di mano mi farò fregare questi soldi appena atterrata.



Il taxi, guidato da un ragazzo, Abdul-qualcosa, che era tutto tranne che loquace, mi porta fino all'ingresso della medina, dove lui prende i suoi soldi e mi abbandona in fretta in balia di un gruppo (saranno stati una decina) di uomini armati di carretti da trasporto che fanno a botte per strapparmi lo scatolone della bici e issarlo sul loro curioso mezzo. Non ho nemmeno il tempo di capire dove sono o che cosa sta succedendo che uno di loro, il vincitore, comincia a farsi largo tra la folla delle viuzze della medina sicuro di dove stia andando e io cercando con un occhio di leggere la cartina e con una mano di tirargli la camicia devo arrendermi perchè lui non mi ascolta, è già partito e batte i pugni sullo scatolone urlando qualcosa per farsi largo tra la folla.
Tutto intorno a me è polvere, pozzanghere, motorini che scheggiano impazziti tra la gente, ogni sorta di venditore ambulante, bambini che corrono e si picchiano e tutti che urlano o parlano (a voce troppo alta) e sopratutto nessun turista (o meglio uomo bianco).
Mi sorprendo molto nel realizzare che la folle corsa finisce proprio davanti la porta del riad, dove allo strillone regalo tutto quello che di spiccio avevo in tasca, non capendo quanto in realtà gli sto cedendo per quella passeggiata di appena qualche minuto; capisco dal tono incazzato della voce e dalla sua espressione di disgusto che i soldi che gli ho dato sono pochi, ma per fortuna Hassan apre la porta del riad in quel momento e con qualche parolaccia in arabo e un paio di calci e forse la promessa di un bottino più proficuo riesce ad allontanare lo strillone.
Chiudo la porta alle mie spalle e in un attimo il silenzio (che non dura a lungo, ma è pur sempre un attimo di respiro).










La faccia sorniona di Hassan non mi convince immediatamente, ma mi chiede di posare lo zaino in un angolo e prima di accompagnarmi alla stanza pretende assolutamente di bere un tè con me, e io (che non ho di meglio da fare) non riesco a dire di no.
Inizia a starmi simpatico quando mi chiede il motivo del mio viaggio e comincia a segnare sulla mia cartina tutti i posti dove non è sicuro dormire in tenda; mi convince un pò meno quando capito che una delle tappe era Merzouga insiste nel dire che devo andare ospite dalla famiglia e cerca di organizzarmi una serie di cose che devo assolutamente fare; mi viene in mente che forse cerca di indirizzarmi verso posti turistici, guidata da alcuni componenti della sua famiglia, solo per ricevere un compenso o qualcosa del genere, ma scoprirò presto che a un marocchino non puoi dire di no, sopratutto se è berbero.

Montata la bici, procurata una scheda telefonica, fatto un giro di ricognizione della città (giusto per stordirmi un attimo), preparate le borse, mi faccio una doccia e ceno con il primo (di una lunghissima serie) tajine, cucinato da Hassan che scopro è un tuttofare all'interno del riad, anche perchè non vedrò in quel posto altre persone che lui.
A cena mi chiede di dargli il mio numero perchè vuole essere sicuro che non ci saranno problemi durante il viaggio e promette di chiamarmi tutti i giorni. Rimanendo un pò sulle mie (in fondo in questi viaggi cerco di disintossicarmi dalla gente, non cerco compagnia, nemmeno telefonica) provo a fargli capire che non è necessario, ma l'insistenza è troppa e cedo promettendomi di cambiare la scheda telefonica al primo posto dove è possibile farlo.

L'indomani alle 5.30 a.m. sono sulle scale del riad con la bici (che pesa sempre troppo) in spalla e cerco di fare piano per non svegliare Hassan, ma lui sta già in cucina con un tè pronto e tutti i tipi di dolci che potevano stare in un vassoio. La colazione è inclusa nel prezzo e anche se gli spiego che mi devo sbrigare perchè oggi ho solo salita rimango prigioniera fino alle 7 quando finalmente riesco a chiudermi la porta del riad alle spalle (finalmente un respiro profondo) e iniziare a pedalare.

La medina è completamente vuota, ancora troppo presto per tutti i venditori che sicuramente staranno preparando la merce, ancora troppo presto per i bambini che tra non molto correranno impazziti tra il labirinto di viuzze, troppo presto per gli strilloni che sicuramente accasciati in qualche angolo della città staranno ancora sognando una cascata di monetine regalate dai turisti per assistere un patetico spettacolo di una scimmia che ha stretto al collo una catena che la stringe e la immobilizza, troppo presto per tutti, tranne per me, perchè capisco che quell'ora e mezza in più mi avrebbe fatto tanto comodo, non voglio dormire vicino Marrakech oggi, non voglio sentire tutto quel casino, non voglio trovarmi al tramonto senza ancora aver capito dove fermarmi.

Comincio a correre per allontanarmi il prima possibile da quell'insieme di vite che tutte vicine sembrano cozzare tra di loro ma nello stesso tempo coesistere alla perfezione e senza accorgermene sono già tra le montagne dell'Alto Atlante, al tramonto e non ho ancora capito dove fermarmi, come nel peggiore dei miei incubi.
Nel fra tempo immagini di montagne e curve che mi hanno accompagnata per tutta la giornata passano davanti come quelle dei bambini che vedendomi da lontano si precipitavano correndo più veloci di me (che in salita con tutto quel peso al primo giorno ero veramente lenta) aggrappandosi al portapacchi e in modo fastidioso cercano quasi di farmi cadere e quando mi fermo per capire che vogliono uno di loro mi sputa dritto negli occhi centrandomi in pieno e corre subito via appena vede che la mia espressione da rassegnazione si trasforma in rabbia pura.
Capisco che il mio cartaceo (come del resto google maps) non serve a molto, non mi era mai successo, ma tra il dire e il fare ci sono di mezzo tantissimi villaggi che sulla mia mappa non sono segnati, c'è gente che sbuca all'improvviso da dietro un cumulo di pietre, ci sono tanti camion colmi di persone che da lontano gesticolano e da vicino urlano qualcosa di incomprensibile, c'è gente che passando sulla via che taglia in due i villaggi ride e cerca soldi, per me risulta alquanto improbabile piantare una tenda li in mezzo, proprio perchè non ho idea di dove mi trovo in quel momento, e mi sento scoraggiata, perchè non mi è mai successo di non riuscire a trovare un posto tranquillo dove piantare la tenda.
L'ultimo villaggio che incrocio mi sembra il più papabile, perchè è il più tranquillo o forse semplicemente perchè sono distrutta.
Mi fermo su un muretto diroccato cercando di fare mente locale e cercare di capire come trovare un posto dove dormire. Si avvicina immediatamente un uomo, è sdentato, parla solo francese, non capisco la sua età; non so come ma da una serie di gesti assurdi riesco a fargli capire che sto cercando un posto dove dormire. Lui prende la mia bici e mi dice (sempre a gesti) di seguirlo.
Io comincio a pensare di aver fatto un grosso errore, ma oramai è così e provo a vedere cosa succede.
Mi lascia all'ingresso di una struttura, sembra una casa, in realtà è un posto dove si mangia (ovvero dove tutta la gente del villagio va a mangiare) e mi chiede di aspettare. Qualche minuto dopo esce un ragazzo, Abdel, in realtà ci presenteremo esattamente 14 giorni dopo, però in quel momento mi sembra la persona più pericolosa del mondo. Mi fa capire che per 70 dirham (poco meno di 7 euro) posso dormire e cenare dietro il "ristorante". Mi assicuro che ci sia una stanza che abbia almeno la chiave e mi chiudo con la bici per uscire solamente un attimo per cenare.



Scendo le scale e mi ritrovo in questa stanza con soli uomini (capirò in seguito che uomini e donne non possono mangiare assieme) che si zittiscono appena vedono la mia faccia tra l'incredulo e il "ma che cazzo ci faccio io qua"; alcuni si alzano e mi lasciano un tavolo libero, il tipo sdentato che ho incontrato per primo mi chiede cosa voglio da mangiare, mi fa l'elenco e mi rendo conto che l'elenco comprende solamente due portate, quindi opto per una delle due a caso perchè tanto non ho capito comunque niente; mangio una roba che sa solo di cipolla e faccio finta che sia buona. Tutto questo dura più o meno 10 minuti, appena finito si avvicina un altro signore, anche lui senza età, anche lui senza denti, anche lui incomprensibile, però mi disegna una strada su un pezzo di carta bianco, la disegna con un coltello mettendo una croce su dove secondo lui ci troviamo in quel momento e mettendone un'altra alla fine della curva facendomi capire che l'indomani non dovevo prendere la strada grande, ma che dovevo proseguire per una strada sterrata perchè così avrei evitato non so bene che pericoli. Ringrazio, saluto timidamente i superstiti della cena e mi vado a chiudere in camera perchè l'indomani alle 5.30, stavolta puntuale per non commettere nuovamente lo stesso errore, voglio essere già per strada e anche perchè sinceramente non avrei saputo cosa dire a quelle persone che continuavano ad osservarmi in silenzio nella penombra della stanza.

E' passato un solo giorno e sento dentro che così non può andare avanti, o cerco di sforzarmi e cominciare a capire come ragionano oppure torno indietro mi prenoto una camera in centro e amen. Ma la curiosità, la stessa che mi spinge a partire ogni anno, è più forte di me, quindi conto i giorni che mancano secondo me alle piste, motivo della mia visita, e decido di dare una seconda possibilità al viaggio, in fondo forse sono solamente io che mi sono fatta influenzare da tutto quello che mi è stato detto prima di partire.

sabato 25 novembre 2017

Scappo di casa e mi perdo nel Sahara - Perchè?

E' bello iniziare a scrivere di quest'ultima esperienza quando le aspettative di sopravvivenza da parte dei miei cari erano basse e invece io sono qua, più viva di prima, a ricordare tutto quello che ho vissuto in queste tre settimane di viaggio.

Parlando con i fondatori di Ciclabili Siciliane, che oramai riconosco come amici, per un progetto futuro che spero non cada nell'oblio come tutti quelli che ogni volta inizio e poi chiudo in un cassetto (sembra che riesca ad organizzare solo i miei viaggi, tutto il resto è allo sbaraglio), essendo loro una fondazione che si occupa anche di sponsorizzare cicloturismo (principalmente in Sicilia, ma non solo), ed essendo molto vicini al tema del cicloturismo al femminile, una domanda che mi hanno fatto è stata se consiglierei il Marocco come meta per una donna che viaggia in bici da sola come prima esperienza.

Dico la verità e dico che la domanda mi ha spiazzata

Effettivamente non ho mai pensato nei viaggi precedenti che qualcuno potesse leggere questo blog, o guardare i video accumulati negli anni, o semplicemente leggere in diretta FB di questi piccoli raid in terre a volte lontane a volte vicine, e decidere di partire in solitaria per vivere fuori dal virtuale questi luoghi, tutti belli, tutti differenti. Cioè ci speravo, perchè è un pò questo lo scopo per cui è nato il blog, ma non pensavo ci fosse qualcuno che realmente lo leggeva.


La prima cosa che mi è venuta in mente è stata "no, io questo viaggio non lo consiglierei come prima esperienza", ma poi ci ripenso subito e spiego il motivo della mia risposta:

il Marocco per me non è stata la prima esperienza, ci sono 6 anni e 15.000km alle spalle prima di questo, eppure in queste tre settimane ho avuto l'impressione di aver esaurito tutte le energie a disposizione, anche se è stato il viaggio più breve, mi è sembrato di aver "sofferto" più di tanti altri viaggi, ma poi do una risposta a tutto questo e penso che certamente è stato difficile: il cerchio che ho chiuso in queste tre settimane si è sviluppato interamente tra montagne e deserti, il tempo a disposizione era talmente poco che non ho avuto occasione di fermarmi (ho effettuato una pausa di un giorno solo a metà viaggio) e io sono contraria a viaggi che durano meno di tre settimane (semplicemente perchè la prima settimana ti ambienti, la seconda capisci di che si tratta e la terza cominci a divertirti, quindi andar via sul più bello risulta snervante); tutto il resto è un'esperienza, più bella delle precedenti, ma lo dico solo perchè, per esperienza, l'ultimo viaggio è sempre il più bello.
Il deserto è al momento il luogo più interessante che io abbia mai visto, per tutta una serie di motivazioni che ancora dopo 3 anni devo metabolizzare. Questo è il terzo deserto nel quale mi addentro (prima ci sono stati l'Australia e gli USA) e anche se i paesaggi possono ai molti sembrare sempre gli stessi ogni volta è diverso: ogni caldo è diverso, ogni inclinazione del sole è diversa, ogni terreno è diverso, ogni percentuale di umidità è diversa, etc ... quindi è sempre come la prima volta.
Il problema è però che il deserto non è proprio una passeggiata, il deserto uccide, non è una cosa sulla quale scherzare o andare impreparati (ogni anno centinaia di persone perdono la vita perchè pensano che andare a fare una passeggiata in mezzo al deserto sia come andare per boschi, non lo è assolutamente), quindi questo richiede un impegno fisico e mentale non indifferente e forse è per questo che ho pensato che non poteva essere una buona scelta come prima esperienza; però il Marocco è davvero grande, non bisogna fermarsi solo a questo, si posso fare altre mille cose (se non si vuole rimanere traumatizzati dalla prima esperienza) perchè la vastità del territorio consente la qualsiasi tipologia di esplorazione. Tuttavia se uno non si butta (col paracadute) non lo può sapere, quindi se siete già forti in materia deserto e volete provare ve lo consiglio, ne vale la pena.

Quindi forse è importante puntualizzare che il Marocco si trova in una parte del mondo che viene giudicata pericolosa sotto molti punti di vista ma che in realtà richiede solamente la stessa attenzione che bisognerebbe prestare a tutti gli altri luoghi in tema di sicurezza. Se vi state chiedendo come possa viaggiare una donna da sola in un paese ritenuto estremamente maschilista per via della religione vi rispondo che in religione siamo molto ignoranti (compresa me, capirete leggendo di cosa parlo), ho conosciuto tutte persone molto disponibili a darti una mano nel momento del bisogno o semplicemente a scambiare quattro chiacchiere davanti un tè che prontamente viene offerto in qualsiasi occasione, felici, anche quando non c'è possibilità di scambio colloquiale (perchè molti non parlano altre lingue oltre l'arabo, quando si attraversano determinate regioni) di poter avere un confronto civile con persone sconosciute. Che gli uomini siano sempre pronti a guardare e giudicare una donna lo sapevamo già, ma tuttavia non ho notato una grossa differenza tra quella che simpaticamente (anche se sono totalmente contraria) vorrei definire "usanza" dei marocchini e "usanza" oramai diffusa degli italiani.
Detto questo non è possibile girare con vestiti succinti o con pantaloncini, ma vi assicuro che il clima fuori dalle città non lo consentirebbe lo stesso, quindi il problema è eliminato alla radice.
Per non parlare di Muhammad VI che sta portando avanti una politica sul turismo del tutto eccezionale, per cui troverete anche vicino i centri abitati persone molto aperte e felici di accogliervi nella loro vita.
Per cui posso testimoniare, visto che sono qui a parlarne, che non esiste in Marocco pericolo per una donna che viaggia da sola che sia diverso da quello che si può trovare in paesi occidentalizzati, gli occhi aperti servono sempre.

Qualcuno potrebbe chiedersi il perchè di queste chiacchiere, però ci tengo e ci tengo molto proprio perchè non esiste persona con la quale abbia parlato prima di partire che mi abbia detto queste cose, anzi, il più (o almeno chi era già stato) ha solo posto l'attenzione alle accezioni negative, che per carità, ci sono e ci saranno sempre, in Marocco e in tutte le altre parti del mondo, ma non spendere nemmeno due parole sulla cordialità e il calore di queste persone è davvero un peccato e il rischio è che qualche ragazza intenzionata ad andare magari si sia fatta scoraggiare da queste dicerie, frutto di stimoli superficiali e negativi di tutte le testate giornalistiche attuali.

Allora la domanda sorge spontanea: ma perchè se avevi paura che potesse accadere qualcosa di brutto sei andata comunque?
Perchè per tutti quelli che conosco ogni esperienza nuova è sempre la più pericolosa e mortale; lo è stato attraversare l'Italia, poi tutto il resto e infine certamente il Marocco. Perchè se non fossi partita tutte le altre volte adesso starei sicuramente li a chiedermi cosa avrei fatto, cosa avrei provato e come questo mi avrebbe cambiata. Invece l'ho fatto e adesso non ho dubbi e ho capito bene che la priorità nella mia vita è fare tutto quello che voglio, senza porre limiti, ovviamente dove e quando è possibile (sopratutto per il mio portafoglio); è la libertà quella di cui sento un bisogno assoluto ed è la stessa libertà che le parole degli altri non possono togliermi. Per questo decido di viaggiare e di farlo da sola.




giovedì 26 ottobre 2017

Tutta una vita dentro due borse

E' curioso il fatto che questo è il primo post dove inneggio al mio buon senso della sintesi, però vabbè è capitato e quindi:

Viaggiare leggeri è viaggiare scomodi. 

Può sembrare una contraddizione andare nei posti più impervi del mondo e portarsi dietro solamente il necessario.
Ciò che sembra essere necessario, il più delle volte è superfluo, ma grazie alle esperienze precedenti a lungo andare ho fatto una cernita di quello che ai miei occhi poteva sembrare di fondamentale importanza ma che alla fine dei conti si è rivelato per quello che era: uno stupido oggetto inutile; e ogni grammo in più, quando sei in salita, quando fanno 50 gradi, quando non hai da mangiare, equivale a 100kg in più.

Cosa portare o meno è sempre soggettivo. In questi anni ho visto persone che portavano dietro anche 10 libri (non c'era ancora l'e-book o quel coso che legge i libri), persone munite di tutto il necessario per cucinare un pasto gourmet, persone che per salvaguardare la schiena viaggiano con tendoni per avere uno strato impermeabile, ho visto gente viaggiare con la caffettiera, ho visto pure uno che si portava dietro un'accetta ...

Il problema è che quando viaggi da solo il peso è tutto tuo e io a volte peso meno di tutta l'attrezzatura che mi porto dietro. Se viaggi per una settimana o per quattro o addirittura per otto settimane il peso non cambia, sono tutte cose che comunque (forse) ti serviranno.

Escludendo il peso della bici (15kg più o meno compreso di borse e supporti), escludendo il peso dell'acqua e del riso (in questo viaggio 30 litri più o meno), escludendo il peso del materiale che serve a riparare un guasto (3/5 kg) tutto quello che posso portare in più sono al massimo altri 7/10kg, altrimenti non riesco a muovermi.
Sapete quanti sono 7 kg? Sono esattamente: 3 magliette, 1 pantaloncino, 1 maglione, 1 pantalone lungo, 5 paia di mutande e 5 di calzini, una saponetta per l'igiene personale e bucato, una miscroscopica asciugamano, uno spazzolino + dentifricio, un fornellino + gas + pentolino, un coltello, un giaccone, gli occhiali da vista e le lentine, un costume, una tenda, un sacco a pelo e un materassino gonfiabile. Non ce ne rendiamo mai conto fino a quando non solleviamo la borsa, e si, davvero fanno 7 kg

Tutto il resto è il superfluo, ma anche tra questo c'è dell'utile e necessario; quindi ancora facendo una cernita del superfluo non riesco a non viaggiare senza:

- il mio MP3 del 2005 (racchiude praticamente tutta la mia vita musicale. Fu il regalo di mio padre del natale 2005, molto apprezzato e inaspettato, non pensavo sapesse andavo in giro solo con le cuffiette), quando si sarà definitivamente rotto seguirà un lutto abbastanza lungo. Mi rendo conto che la stabilità mentale viene prima di ogni cosa, e stare per un lungo periodo di tempo isolati ascoltando solamente il rumore del vento è una cosa che può far diventare pazzi. Mi è capitato di rimanere senza e dopo mezza giornata ho cominciato a parlare da sola
- la mia cartina del Marocco (il cartaceo vince su tutto, la tecnologia ti viene in aiuto ma ti abbandona quando più ne hai necessità, il cartaceo no e l'ho scoperto a mie spese)
- la mia macchina fotografica della bellezza di 3 kg (altrimenti poi io i video come li faccio!!!) non la potete vedere in foto perchè la sto usando
- il diario segreto di Ale Fox (mi piace chiamarlo così perchè fa tanto Laura Palmer). E' la mia valvola di sfogo. Nel tempo ho riempito 2 intere agende (ho materiale per 5 sceneggiature e due bestsellers dal titolo: come essere impreparati alla vita e comunque sopravvivere). Qua sopra annoto tutto quello che di bello o di brutto vedo quando viaggio: sensazioni, odori, sapori, paure, aspettative; non lo leggo mai, semmai quando torno e scrivo i post cerco uno spunto, è una specie di cartina mentale, ma non mi è mai capitato di rileggere il passato, almeno non ancora. Lo prendo come un buon segno
- un pannello solare (che non so se funziona). Questo comodissimo strumento che ti permette di caricare tramite USB due dispositivi contemporaneamente, come si immagina dal nome funziona a energia solare. E' uno strumento ormai datato, quando lo cercavo io era il 2014 e tutti i commercianti di Roma mi prendevano in giro dicendo che non esisteva (ma in realtà i cari amici tedeschi lo usavano già da un decennio), adesso pare che sia l'ultimo grido, se non ce l'hai sei out (hypster vi odio). Ad ogni modo questo qua, essendo vecchiotto (oramai la tecnologia dopo 6 mesi rende obsoleto qualsiasi strumento), funziona solamente col sole a picco se ha un suo angolo preciso. Viaggiando dall'alba al tramonto è difficile beccare il sole a picco quando si ci ferma, quindi l'ho sempre utilizzando ponendolo sopra le borse anteriori o posteriori della bici a seconda di dove venisse il sole. Ecco come lo scorso anno nell'ultima tappa desertica, quando il barometro segnava 47/48 gradi alle 15 del pomeriggio, me lo sono giocata sulle borse posteriori, adesso è un pò "sciolto" diciamo, però confido nel fatto che non mi abbandoni
- un libro, possibilmente il più sottile possibile, solo una volta portai Dostoevskij, era il primo viaggio, ma io che ne sapevo! Quest'anno sarà un libro decisamente confortante: L'atomica di Kim. Una di quelle cose che ti rallegrano la giornata



non ho un portafortuna, forse dovrei, perchè la sfiga tende ad essermi amica; ma non credo molto nella fortuna; credo nelle opportunità, che se prese con lo spirito giusto, anche quando a volte ci sembra che tutto vada contro il nostro interesse, possono essere un perno, la leva e la forza la mettiamo noi

Parto dopodomani
Sono pronta? No, non lo sono mai, ma non lo sono mai stata per nessuno dei viaggi passati, il problema è che se non parto non posso mettermi in gioco, quindi alla fine parto sempre
Nessuna delle cose elencate sopra mi potrà essere utile se non viene utilizzata con la testa, per cui ognuno parte con quello che ritiene necessario.
La domanda più frequente? Ma non hai paura di viaggiare (e mi sta tremendamente antipatico chi sintetizza tutto nella parola viaggio, perchè non capisce realmente quello che c'è dietro) da sola? No, ho più paura di quello che sta succedendo nel mondo in questo momento: l'indifferenza totale della gente e la colpevolizzazione della donna vittima di qualsiasi sopruso verbale o fisico, qui a casa mia, senza andare troppo lontano.

Ci vediamo a Marrakech!

lunedì 25 settembre 2017

Destinazione Deserto, verso il Sahara occidentale, nel cuore del Marocco

La prima volta che ho deciso di fare un viaggio, l'ho fatto con tutto l'entusiasmo che si può avere quando si va incontro ad una nuova esperienza mai fatta prima. Avevo deciso così che quel viaggio meritava un nome e non ricordo per quale motivo, come non ricordo il motivo per cui ho voluto nel tempo creare lo pseudonimo del mio vero nome scegliendo Ale Fox, il nome di quel viaggio doveva essere The Freak ride tour.
Adesso, a parte il nome oggettivamente bruttino (in realtà pensavo di fare solamente quella come esperienza, non pensavo avrei replicato tutti gli anni) e privo di ogni appetibilità IN TERMINI DI MARKETING, ma al quale per ovvi motivi sono affezionata, è successo che i viaggi si sono susseguiti e che non potevano chiamarsi tutti allo stesso modo; essendo a questo punto considerati come capitoli di un viaggio molto più lungo (almeno spero), che è quello della crescita, dello sviluppo e della maturità, ho deciso di creare dei sottotitoli e per questo ogni "Freak ride tour" porta con se il sottotitolo del tema affrontato quell'anno.
Se arrivati a questo punto state ancora leggendo, mi complimento e passo a spiegare le motivazioni per cui il prossimo viaggio in terra marocchina non può avere il titolo T.F.R.T.
I requisiti che un viaggio deve avere per chiamarsi The Freak ride tour + sottotitolo devono essere di base i seguenti

- Bisogna che sia un viaggio in solitaria
- Bisogna che abbia una durata superiore alle 3 settimane
- Bisogna che sia frutto dell'esperienza precedente, ma tuttavia totalmente diverso

se viene a mancare uno solo di questi requisiti non merita di chiamarsi in quel modo

Tutto questo è una giustificazione al fatto che il prossimo viaggio in Marocco non potrà avere per titolo quello di tutti i precedenti, visto che viene a mancare uno dei requisiti base, quello della durata. Per motivi legati a troppi fattori, quest'anno non potrò abbandonare casa per più di tre settimane, che comunque saranno allo stesso modo sufficienti per fare quello che avevo intenzione di fare.

Tutto questo pippone non me lo sono fatta tanto per, ma perchè comunque penso che ogni viaggio meriti un nome e non potendo appoggiarmi a quelli precedenti ne ho dovuto coniare uno nuovo.
Quest'anno il titolo del viaggio sarà "Scappata di casa - perdersi nel deserto del Sahara".



Che vuol dire? - attenzione altro pippone (!!!)

Il termine "scappata di casa" in realtà l'ho palesemente rubato a uno dei miei miti sportivi. Quando facevo finta di fare sport a livello agonistico mi è capitato di socializzare con un gruppo di cicliste del nord Italia, e una di loro, diciamo la portabandiera della causa, un giorno, prima di una gara, usò il termine "scappate di casa" per indicare tutte quelle che partecipavano a questa gara con spirito agonistico ma nel senso totalmente sportivo. Un gruppo di donne che nella vita ha la passione per lo sport, ma non vive di questo, che ha una famiglia, un lavoro, dei bambini etc, che quindi per ovvi motivi non si tratta di donne dedite alla disciplina olimpionica, ma di donne che si divertono molto a fare sport e che poi ottengono anche dei bei risultati.
Perchè mi piace il termine "scappata di casa"? Perchè facendone un'accezione del tutto mia l'ho rilegata molto all'immagine dei viaggi che faccio, cioè quelli che non richiedono una preparazione dal punto di vista fisico (almeno non come la intenderebbe un sportivo vero), quelli che non so dove dormo la notte ma poi si vede, quelli che se mi perdo è meglio perchè vivo cose che non mi aspettavo, quelli che vado li perchè non c'è turismo, quelli che non porto attrezzatura al massimo una mappa cartacea, quelli che amo tanto perchè essendo organizzati dal caso risultano essere quelli che poi rimangono in fondo, quelli che nessuno lo crederebbe, mancano di qualsivoglia forma di organizzazione, ma che richiedono uno sforzo "intellettuale" e di coscienza, perchè alla fine l'unica cosa che importa è saper rischiare senza imboccare una via a senso unico. C'è un termine che viene utilizzato per identificare tutto questo genere di persone: gli scappati di casa, abbastanza semplice.

Quindi finalmente vado al punto:

il viaggio di quest'anno sarà più breve, più intenso, più deserto, più tutto. Partirà dal Marocco (da Marrakesh) e si svilupperà ai confini dell'Algeria, passando tra le famose montagne della Catena montuosa dell'Atlante (ovvero la Adrar n Dern), attraversando parte del Sahara Occidentale (ovvero quello che nella fantasia sviluppiamo come l'immagine delle dune, delle oasi e dei beduini) e poi non si sa, se lo sapessi non sarei una scappata di casa.

Quando parto? Se la compagnia aerea non mi tira brutti scherzi a fine ottobre

Obiettivi principali: tornare con la bici (e non farsela rubare come lo scorso anno), tornare con tutte le dita ai piedi (visto che la sfiga quest'anno ha voluto donarmi un dito che si stacca da solo)

Cosa mi aspetto? Ve lo spiega meglio lui:

Ho sempre amato il deserto.
Ci si siede su una duna di sabbia. Non si vede nulla. Non si sente nulla. E tuttavia qualche cosa risplende in silenzio… (Antoine de Saint-Exupéry)

lunedì 12 dicembre 2016

U.S.A. PARTE QUINTA - nella terra dei cowboy, dei coyote e dei cactus

L'Arizona era più o meno come l'avevo immaginata: cactus, cactus, cactus giganti, cactus nani, cactus sferici, quadrati, gialli, verdi, arancioni, ovunque, coyotes dalle 12.00 alle 5.00 a.m. e cowboys.

Qua se non possiedi un cavallo non sei nessuno.



E infatti doveva succedere che all'ennesima bucatura, senza più tip top e camere nuove alla disperata ricerca di una soluzione (e qua fate attenzione: perché è solamente nei momenti di totale disperazione che escono fuori le genialate) tento l'impossibile: faccio un nodo alla camera in prossimità della foratura in modo che l'aria non esca dal buco e che io possa almeno avvicinarmi alla città più vicina.
Mentre compio questa azione non senza difficoltà, ovviamente nel bel mezzo del nulla, da dietro le mie spalle sento il rumore di un cavallo che si avvicina.
- Stay your way - è la frase pronunciata con un assurdo accento dell'Arizona dal tipo che guidava il cavallo, io me lo guardo, come solo una siciliana sa fare e rispondo - Yes, I do - poi richiudo il copertone e lui ancora sopra il cavallo mi chiede cosa stessi facendo.
Gli spiego che non mi aspettavo di bucare una volta ogni 100 km maledicendo tutti i cactus intorno e che avendo finito sia le camere che le tip top sto cercando di ingegnarmi in qualche modo perché la prossima città (e per fortuna una ce n'è e ci sono vicina) è a 50 km da quel punto.
Se non conoscete un cowboy dell'Arizona non potete sapere di certo che sono infinitamente testardi e pieni di se, quindi mi dice di seguirlo perché lui mi avrebbe aiutata.
Non è che fossi preoccupata, solamente non capivo cosa potesse fare lui in mezzo a un campo di cactus in sella al suo cavallo.
Mi porta in prossimità della strada e si mette a gambe aperte, cappello in su e braccia tese. Rimane così sorridendo sotto il sole e facendo un occhiolino mentre io all'ombra di un cactus gigante me lo guardo e già penso a dove potermi accampare quella notte perché sono certa che rimarremo ad aspettare per parecchio tempo.
Fortunatamente poco tempo dopo un pick-up passa ed è costretto a fermarsi per non mettere sotto il tipo con tanto di speroni e stivali in pelle. A bordo due bionde, non credo nemmeno maggiorenni; sento che discutono un po', poi mr fantastic si gira verso di me e mi fa cenno di salire dietro la mia bici. Mi spiega che le due signorine mi avrebbero portata fino alla prima città, mi regala il suo cappello e mi saluta augurandomi un buon viaggio.



Ok, salgo la bici e mi posiziono sui sedili posteriori mentre le ragazze visibilmente seccate dalla mia presenza si scambiano complici sguardi.
Appena partiti una delle bionde chiama qualcuno al telefono - Yes dad, we carry a girl with a bike … yes we are going to wichensburg … - io sorrido da dietro il pickup e penso che a volte ho davvero tanta fortuna, stavano addirittura scendendo verso sud, esattamente dove volevo andare io.



Wickensburg è una cittadina in mano ai cowboy, ma per fortuna nel suo enorme centro commerciale riesco a rimediare un kit per riparare le forature e ne compro cinque scatole (che nella vita non si sa mai, il viaggio non è ancora finito e con la freccia dell'indiano ancora dietro chissà cosa può succedere).
Non ci sono molti posti a Wickensburg per dormire, a dire la verità non ce n'è nemmeno uno. Ma io sono davvero stanca e non ho voglia di girare a zonzo per delle ore solamente per trovare un buon posto dove stare. Così vedendo che tutta la città non è altro che un enorme e continuo ranch decido di incamminarmi per trovare una piazzola tranquilla.
Così trovo un posto abbastanza distante dalla città e allo stesso tempo non troppo lontano da camminare a lungo.
Il pezzo di terra è privato e un cartellone dice di pagare 3 dollari per dormire li dentro ma che è assolutamente vietato piantare la tenda.
Già ero abbastanza innervosita dal fatto di dover pagare per dormire in un pezzo di terra abbandonato senza nessun servizio, figurati se mi importava qualcosa di quel cartello; pago la mia quota, e la pago per il semplice motivo che avevo la forte sensazione di essere osservata e quindi volevo evitare noie nel bel mezzo della notte ed entro in quel ranch dove ad ogni passo si alzava il polverone con già la sensazione che non avrei dormito benissimo.
Solamente a mezzanotte mi accorgo di quanto fosse stato giusto dar retta a quel cartello e non alla mia testa. In quello spiazzo completamente vuoto comincia un concerto di ululati alla luna calante. Sono semplicemente agghiaccianti e terribilmente vicini alla mia tenda. Io non conosco per niente i coyote, ma con entrambi gli occhi aperti e una mano al coltellino tento di fare mente locale e cercare di ricordare se avevo cibo fresco che potesse attirarli.
Per fortuna nulla, il concerto finisce alle prime luci dell'alba e io finisco per passare la notte in bianco e così sarà per la successiva e quella dopo e quella dopo ancora nella mistica terra dei cactus, dei cowboy e dei coyote.

Alla fine capisco che ci vuole poco nella vita per essere felici, in quel particolare frangente della mia vita bastava il deserto, per questo decido che per rientrare a casa l'ultima tappa non poteva altro che essere, per dovere e piacere il deserto :) … non certo senza passare prima per la frontiera Messicana, ma questo in Arizona non lo sapevo ancora


lunedì 28 novembre 2016

U.S.A. PARTE QUARTA - considerazioni sul koan dell'albero

“Se un albero cade in una foresta senza che ci siano spettatori alla scena, l’albero produce un rumore cadendo?”
La risposta alla domanda sarebbe che se non ci sono spettatori allora l’albero non produce rumore, perche’ la realta’ non e’ oggettiva ma soggettiva, un parto della nostra mente ed e’ la nostra personale elaborazione degli aspetti fisici del mondo che permette loro di assurgere all’esistenza. 

Io non credo in molte cose, non credo nelle cose durature per esempio, e infatti era destino che dovessi forare

grazie ad una spina di cactus
in mezzo al nulla
sotto il sole
tra il Mojave e il Sonora
con 40°
poco prima del tramonto

Dopo aver individuato la spina provo in tutti i modi a toglierla, anche usando il coltellino e cercando di allargare il foro nel copertone per sfilarla, ma nulla, quella rimaneva la immobile.
Il problema era che secondo la mia cartina e secondo il mio cervello, c'era una gas station a circa 20 miglia di distanza e io dovevo per forza raggiungerla, perché ero rimasta senza carburante (cibo e acqua), ma quella maledetta spina non ne voleva sapere-
Decido quindi di avviarmi a piedi, erano le 15.00 passate, ma secondo la mia testa a piedi prima di notte sarei riuscita ad arrivare alla gas station e l'indomani avrei riprovato a togliere la stronza, magari in altri modi, magari con più calma, magari mi sarebbe venuto in mente qualcosa.
Dopo circa un'ora e mezza avevo terminato l'acqua, le mie labbra si erano completamente seccate e una piccola sensazione di disagio cominciava a farsi spazio, dando vita alla consapevolezza che stavo cominciando ad agitarmi e questo non è un buon segno.
E se non avessi raggiunto la gas station?
E' che ci sono certe situazioni che non sai mai come possono finire ed è questa incertezza che comincia ad essere pericolosa, perché non sai mai come potresti reagire a determinate condizioni fisiche.

Quando d'un tratto eccolo la, un grosso camper bianco veniva dalla direzione opposta, loro avrebbero sicuramente avuto acqua e cibo dentro.
Lascio cadere la bici, mi getto in mezzo alla strada, comincio ad agitare le braccia e a urlare.
Il camper rallenta, "eccolo" immagino "cazzo meno male Ale, che culo!!!", poi mi scansa quasi sbandando e mi sorpassa "ecco, va bene, gli americani fanno così, ci mettono un po' a fermarsi", ma poi vedo che comincia a prendere velocità e lo vedo scomparire all'orizzonte sbiadito dal colore del sole.
Ci metto un po' a realizzare cosa fosse successo, non poteva essere vero, non doveva essere vero.

Riprendo la bici e ricomincio a camminare alternando momenti di entusiasmo a momenti di completa disperazione.
Non ricordo esattamente che ore fossero, ma una macchina mi sorpassa e poi accosta. Scendono due donne, una di mezza età e l'altra poco più giovane, e mi chiedono se ho bisogno di aiuto.
La prima cosa che chiedo è l'acqua, poi dopo avergli prosciugato la tanica chiedo se hanno cibo con loro. La ragazza mi dice di no. Allora ringrazio per la gentilezza e saluto. La donna sale in macchina e scende dopo pochi secondi con una busta piena di noccioline, mi guarda e dice "so che non sono molto, ma magari ti fa piacere mangiarle". Io la ringrazio nuovamente e poi le guardo scomparire all'orizzonte. Nessun'altra macchina è passata di la quel giorno.




L'unica soluzione che ho trovato per riparare la foratura è stata usare la camera bucata per fare spessore e impedire alla spina di bucare anche quella nuova. Ha funzionato per alche centinaia di km ma nulla ha impedito a quelle spine maledette di bucare tutte le mie camere d'aria.

“Strappa la trama [del mondo naturale] e lo schema di colori si dissolve. Il disegno risiede in come il tessitore sistema i fili: in questo modo o in quello, come detta la moda. […] Dire che qualcosa ha senso significa dire che e’ cosi’ che noi lo organizzeremmo; il modo in cui ne comprendiamo la natura e cio’ che tu o io comprendiamo potrebbe differire da come lo comprende un gatto, ad esempio. Se un albero cade in un parco e non c’e’ nessuno in prossimita’, sara’ silenzioso ed invisibile e senza nome. Se noi scomparissimo, non ci sarebbe affatto albero; tutto il significato scomparirebbe con noi, a parte quello che ne trarrebbe il gatto, naturalmente.”

Fortunatamente lungo la strada per raggiungere il grand canyon ho trovato una cittadina con un negozio di bici.

Se avete intenzione di attraversare un'area deserta tenete presente che l'unica volta che non avrete sufficiente acqua per andare oltre il punto che avete fissato sarà la volta che rimarrete a piedi per un contrattempo più o meno grave.

Se vedete una persona in mezzo alla strada che agita le mani, non fermatevi alle apparenze, perché molto probabilmente non è pazza, ha solo bisogno di aiuto.

Il ragazzo addetto alle riparazioni mi ha regalato il kit per le forature e un paio di nuove camere d'aria. Poi ho comprato una tenaglia per togliere le spine e tutto si è risolto in qualche modo, alla fine del viaggio ho bucato per un totale di 15 volte. Considerando che ho cominciato a bucare dopo una decina di giorni dall'inizio del viaggio, la media era di una una/due volte al giorno.


Non è che prima di partire mi aspettassi di vedere gli indiani con le piume che fumano il calumet e dormono nelle tende, però passando all'interno di una riserva indiana mi sono resa conto di quanto questi si siano americanizzati. La maggior parte di loro è un cibo merda dipendente affetto da grave obesità, il restante percento è già ubriaco alle 14.00 del pomeriggio. Nonostante questa ssurda visione mi trovo costretta a fermarmi in una gas station e la fortuna vuole che a quell'ora in quel piccolo villaggio di ubriaconi un vecchio indiano, capelli lunghi raccolti in trecce mi fa cenno di sedermi vicino a lui. Li per li non mi rendo conto che lui fosse il capo villaggio, sinceramente vedendoli così americanizzati non pensavo esistesse ancora un capo tribù, e invece il simpatico vecchietto insiste perché mi sedessi vicino a lui all'ombra di un consumato tabellone. Lo scenario è improbabile: la mia bici è parcheggiata sul retrobottega, una vecchia pompa di benzina semiabbandonata in un piccolo villaggio sulle colline, enormi signori dalla pelle scura e trecce lunghe passeggiano ai bordi delle strade e io sono seduta di fianco a un vecchio indiano a fumare una sigaretta e a raccontargli gli ultimi giorni di viaggio tra i loro territori dai quali sono stati prepotentemente buttati fuori.






Lui ascolta in silenzio e a un certo punto mi blocca esordendo in un inglese arcaico - ragazza dalla pelle bruciata dal sole è ragazza che sa molte cose - io lo ringrazio, pensando fosse un mezzo pazzo ed entro in bottega per comprare l'acqua. Prima di lasciarmi andare mi regala una freccia e mi spiega che quelli sono i colori della sua tribù e che mi avrebbe portato fortuna lungo i sentieri della terra di fuoco.
Alla cassa una ragazza mi dice che quello è "un nome impronunciabile che non ricordo assolutamente" il vecchio capo villaggio e che raramente parla con qualcuno, quindi devo ritenermi fortunata.
E io continuo a sorprendermi del fatto che non passa un solo giorno dove non succede qualcosa di strano o improbabile.


Sta di fatto che pur non essendo scaramantica a me dopo l'incontro con l'indiano mi è cominciato a sorgere il dubbio che un pochino di sfiga quella freccia mi ha portato. Se prima tra i deserti di roccia della california e quelli di fuoco del nevada avevo bucato solamente una volta, dopo aver attaccato la freccia alla pipa della bici ho cominciato a bucare anche due volte al giorno, e ripeto, pur non essendo scaramantica, non so perché, il pensiero di sotterrare la freccia in qualche parte isolata in mezzo ad un altro deserto mi faceva ancora più paura, magari abbandonare quell'oggetto mi avrebbe portato il doppio della sfiga. Ma è così, quando viaggi il cervello ti dice delle cose che nella normalità non avresti mai pensato e anche oggi che scrivo da casa penso se avessi fatto meglio a buttarla quella freccia, ma la motivazione la scriverò in seguito.

C'era un saggio che diceva più o meno questa cosa: non aspettatevi mai nulla dalle cose e queste vi sembreranno più belle.


E di solito è questo che faccio, inseguo un obiettivo cercando di non metterlo mai totalmente a fuoco e in questo modo tutta la fatica che ho sudato per averlo non sarà stata sprecata se lo spettacolo non vale la candela.
Non lo so, sarà stato il troppo casino di gente, un via vai continuo di autobus, asiatici ovunque (e chi legge questo blog si ricorderà quanto ho scritto sui molesti asiatici in vacanza), sarà stato quell'enorme cartellone pubblicitario del McDonald a qualche miglio dal posto, sarà stato che mi aspettavo forse qualcosa in più, ma a me il grandcanyon non è piaciuto poi tantissimo.

Arrivo in un campeggio tra i boschi che era quasi il tramonto e dopo aver pagato 6 dollari per una piazzola condivisa comincio a montare la tenda.
Subito sento i passi di qualcuno che si avvicina con fare incuriosito, si trattava di Jmke, la mia vicina di tenda. Scambiamo i soliti convenevoli mentre a fatica con una grossa pietra (nella vita ci dobbiamo adattare) butto giù i picchetti, e scopro che lei e il marito sono in bici.
Da non crederci. I primi ciclisti dopo quasi 3 settimane di silenzio, ero quasi commossa, perché nessuno può capire un globe-trotter in bici se non è anche lui sullo stesso mezzo.
Loro sono due insegnanti tedeschi Jmke & Ralph, che dopo aver preso due anni sanatici hanno deciso di vedere il mondo su due ruote.
Penso che li seguirò volentieri sul loro sito in aggiornamento.
Di solito la prima cosa che mi dice una donna è "brave, really brave", ma Jmke NO e per questo le vorrò bene per il resto della mia vita, lei è riuscita a farmi il complimento più bello di sempre.
Stavamo cenando a lume di falò, tra un paio di birre e una bottiglia di rosso, quando a un certo punto mi guarda e dice: io lo so che non si disturbano i ciclisti quando arrivano stanchi al tramonto e devono ancora montare la tenda, ma quando tu sei arrivata io stavo sdraiata a leggere e ho sentito nell'aria una sensazione strana, sentivo che l'aria era prega di una personalità molto forte ed è stato impossibile non venirti a parlare.
Mai nessuno mi aveva detto queste parole, sono rimasta a bocca asciutta, senza sapere cosa dire, credo solo di essere diventata rossa, ma tanto al buio nessuno se ne è sicuramente accorto.
La serata finisce in caciara, tarallucci e vino, è la prima volta dopo tanto tempo che mi sento a perfetto agio con perfetti sconosciuti.


L'indomani il mio obiettivo era svegliarmi non prima delle 9.00, e infatti alle 5.30 ero già in bagno a lavarmi i denti. Decido quindi di non sprecare il giorno oziando, ma preparai qualche litro di acqua e un po' di cibo per la scalata del grandcanyon.
Adesso nel south trim ci sono diverse escursioni possibili da fare. La più bella, e ovviamente la più turistica, è la via che dalla sommità del canyon porta al fiume Colorado, giù giù giù in basso.
Inizialmente colgo una leggera delusione alla vista di tutti quegli escursionisti novelli (senza nemmeno uno zainetto per acqua e cibo), è tutto troppo semplice. Però ovviamente più continui a scendere e meno gente trovi, e fu così che cammina cammina mi ritrovai giù al fiume Colorado, giusto il tempo di lavarmi la faccia e ricomincio a camminare per non arrivare al campeggio con il sole calato da un pezzo.



Adesso, ho preso tanto in giro gli escursionisti novelli, ma non è che io sia meglio di loro.
Infatti passo gran parte della serata a vomitare vicino al fuoco dove i miei vicini di tenda avevano appena cominciato un party di addio al canyon.
Mi hanno spiegato che di solito chi scende al fiume rimane li a dormire una notte e non si fa 14 ore di cammino sotto al sole, con l'aria secca e poca acqua; quindi probabilmente la mia dissenteria è dovuta all0intensa fatica e disidratazione.
Mi riempiono di sostanze energetiche e mi mettono a dormire, e vi dico che sono stata tutta la notte con l'ansia di vomitare in tenda e di non sapere come lavarla.
L'indomani sto una favola, così mi decido a percorrere un nuovo sentiero, questa volta solo di 6 ore.



Quello che di solito succede in un viaggio è che quando passi più di mezza giovata con qualcuno questo diventa la tua famiglia.
Dire addio ai tedeschi e poi ai texani è stato difficile, ma siccome io e la coppia tedesca scendevamo a sud abbiamo concordato l'indomani di ritrovarci nella cittadina di Ash Fork (140km da li) per l'ultima birra assieme.

Il giorno dopo, levate le tende ho la leggera sensazione che non sarebbe stata una giornata facile, e infatti un maledetto carnoso vento da sud a 45 km/h ha fatto in modo che per percorrere 140km in discesa ci abbia messo circa 10 ore.
Quella sera ho aspettato i miei amici all'unico bar della città invano (noi viaggiatori di fortuna non ci scambiamo numeri di telefono, ma solo email e promesse), e quando le luci dei lampioni si sono accese e l'insegna del motel ha cominciato a illuminare le quattro case nell'unica via della città, ho capito che le promesse dei ciclisti sono come quelle dei marinai, che non fa bene guardarsi indietro e che bisogna pensare solo alla strada che verrà, in fondo siamo tutti di passaggio, è sempre inutile affezionarsi, ma questo lo sapevo già dal giorno prima, per questo li ho salutati al meglio, di certezze non ce n'è mai l'ombra.


Italian Coast to Coast from Roma to Pescara

"In natura un contorno non esiste, dunque la forma disegnata dall'artista non è un elemento realistico, ma una sorta di spettro"

G. De Chirico

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