lunedì 12 dicembre 2022

Una parentesi nel viaggio (prima parte): il rientro a Khorogh

La fine di questo viaggio, durato più di un mese nel centro dell'Asia, vuole essere l'epiteto perfetto e un'ode al mantra che da sempre mi accompagna durante questi raid ciclistici che fungono da terapia psicologica annuale.

Vorrei partire dalla fine e proseguendo a ritroso, o a salti temporali, ripercorrendo le tappe fondamentali che come sempre hanno permesso di adattarmi, più nel pensiero che nel corpo, a questa regione, che è stata centro di interesse sovietico e che tutt'oggi vive tra tensioni interne ed esterne una precaria situazione di stabilità politica, rendendola affascinante, multi culturale, dal carattere bruto ma dall'animo sensibile e vissuto di chi da sempre ha dovuto fare i conti con un ritmo storico dal sapore amaro.

Avendo il quadro della situazione sotto mano mi è più semplice adesso sviluppare un resoconto di quanto mi sono portata a casa, e scelgo quindi di raccontare la fine come naturale processo di un adattamento caratteriale alle montagne, ai deserti racchiusi in quelle montagne dell'altopiano asiatico e alla gente che vive questi spazi, immersa in un'atmosfera che conserva i sapori antichi di una civiltà rimasta all'abbandono della caduta dell'ex unione sovietica.


Anche se tornerò in seguito a parlare di come si è sviluppato il viaggio lungo la Pamir, mi sembra doveroso al fine di capire gli eventi, fare un piccolo sunto di come siamo arrivati a questo esatto momento, il momento in cui il viaggio finisce, e mi ritrovo ad accettare l'invito di una piccola escursione nei dintorni di Khorogh. 

Infatti appena finito il percorso che da Dushambe, capitale del Tajikistan, mi ha portata a Karakull, 30km dal confine Kyrgyso, dove una frontiera chiusa ha interrotto l'iniziale intento di concludere ad Osh, sono stata costretta a ripercorrere 500km a ritroso, obbligati sulla stessa strada, fino a raggiungere nuovamente Khorogh, la capitale della regione autonoma e pressappoco centro della Pamir Highway che da Dushambe porta ad Osh.

In questa meravigliosa ed efficace cartina semplificata con l'evidenziatore si mostra la strada di cui sto parlando






Chi è abituato alle passeggiate in montagna lo sa, la strada a ritroso non è mai la stessa; intanto cambiano i punti di riferimento cardinali, sconvolgendo il nord col sud e viceversa si ripercorrono delle strade che assumono tutt'altro sapore a seconda dell'intensità luminosa che li investe, e allora quelle cornici montuose assumono forme nuove e colori differenti; i prati dove si è trovato riparo qualche notte prima possono assumere una nuova struttura in base alle condizioni atmosferiche, e ciò che magari sembrava sicuro adesso viene visto con la consapevolezza di ciò che si è attraversato e può confermare o meno la sensazione di comfort che si è provato a dormire in tenda; ma tra le molteplici differenze che si possono trovare ripercorrendo una strada a ritroso ce n'è una che si avverte più forte delle altre, ed è la conoscenza della struttura stradale, e quindi dei rilievi del terreno, per poter dosare gli sforzi in base alle salite e le discese, la condizione del manto stradale, per cui le pause saranno dettate dalla consapevolezza che alcune difficoltà dipenderanno maggiormente da come le ruote si adattano al terreno, ma anche le persone che abbiamo incontrato lungo la via, che abbiamo salutato come se non dovessimo più incontrarle e che poi torniamo a trovare come fossero amici ormai assodati.


E allora dopo aver ripercorso la strada che dal lago di Karakul porta a Khorogh, ho deciso di tornare a dormire nell'ostello che mi aveva ospitato una decina di giorni prima.

Avete presente quella sensazione di endorfine, mista adrenalina, che viene chimicamente innescata dal nostro organismo dopo uno sforzo fisico? Ecco, alla fine di un viaggio, nel momento esatto in cui percorro gli ultimi metri, tutto questo fa si che nulla al mondo in quel momento possa farmi cambiare idea sull'aver concluso il viaggio, inesorabilmente e senza alcuna ombra di dubbio oramai finito e per nessun motivo intraprendibile nuovamente.

Infatti ciò che è stato dopo Khorogh (al rientro da Karakul), verrà definito come una piccola parentesi a conclusione di una bellissima esperienza.


La struttura che ospita il piccolo ostello alla periferia di Khorogh, non è nient'altro che un bungalow, proseguo dell'abitazione di una famiglia locale. Di posti dove dormire a Khorogh ce ne sono abbastanza e anche di molto economici, essendo il centro della Pamir, lungo la strada principale che è poi l'unica strada asfaltata della città, attorno alla quale si sviluppa il centro abitato, si trovano diversi motel destinazione dei camionisti che attraversano queste montagne. Ma la decisione di prendere posto in questo preciso ostello era stata dettata dal fatto che si trovava fuori dalla città, sul cucuzzolo di un promontorio, all'interno di una struttura in legno, in un posto quasi fuori dal tempo, e trovato tramite una ricerca su un sito di viaggiatori che lo consigliavano come punto di incontro per la gente zaino in spalla, ultimo ma non per ultimo in una via che di nome fa Gagarin J., nome per altro al quale sono molto affezionata.







Ed effettivamente dopo qualche ora dal mio arrivo, me ne stavo sdraiata sulla struttura al centro del cortile, che funge da divano e tavolo da pranzo, a ripensare a tutto quanto vissuto dall'inizio, cercando di non accavallare i pensieri e di fare mente locale su come raggiungere il Kyrgystan al quale dovevo comunque arrivare per prendere il volo di rientro in Italia, nonostante i confini chiusi, quando vengo sorpresa dall'arrivo di due tipi che scendono da un'auto scaricando delle bici gravel con relative borse da viaggio.

Rimango sorpresa da come alla fine di tutto vado ad incontrare due simili, e ancora prima di presentarmi, mentre rimango fissa a guardare le procedure di scarico dell'attrezzatura, si insinua dentro di me il pensiero e la speranza che forse hanno riaperto il confine, che forse adesso il GBOA è nuovamente protocollabile, che da questo momento in poi il traffico e le frontiere saranno aperte a tutti e che quindi il destino mi ha giocato questo brutto scherzo, che se solo avessi deciso di partire qualche settimana dopo adesso avrei potuto attraversare quel fossato e concludere per come avevo impostato il tutto, e forse ancora non era troppo tardi per farlo e sarei ripartita immediatamente.

Rimango ancor più sorpresa quando uno di loro due da lontano mi saluta con un preciso gesto della mano e mi dice “Ciao”.

venerdì 2 settembre 2022

Un viaggio in punta di piedi - il Tagikistan attraverso la Pamir Highway

Non sono sicura di voler dedicare a questo viaggio più pubblicazioni di una sola (vedremo). 
E' stato agognato, è stato sognato, progettato più di tutti quelli che ho fatto, è stato un figlio, mi ha dato enormi soddisfazioni, mi ha fatto ricredere e mi ha fatto di nuovo Credere, è stato infernale ma anche il più bello, ma non so quanto ne potrò realmente parlare, perchè rileggendo i miei appunti di viaggio mi sono resa conto che questa volta non ho trovato le parole giuste per descriverlo realmente (realmente per quello che ho provato), e se una cosa non la valorizzi nel modo giusto, allora è meglio non parlarne troppo.

Parto dal titolo

e parto male, perchè esprimo un luogo comune, ma è così

Ho iniziato a viaggiare da sola e in bici molti anni fa, quando quell' entusiasmo giovanile mi faceva pensare che questa tipologia di viaggi fosse per tutti, per sempre e semplice. Ma come si dice "solo i morti e gli stupidi non cambiano mai opinione" (J.R.L.). Infatti si cambia, si cambia nel corpo, ma soprattutto nella mente e nel cuore. 
Non è per tutti, perchè bisogna volerlo, non è per sempre, perchè a volte gli anni passano male (anche se in qualche modo devo ancora ricredermi), non è semplice perchè per viverlo al meglio bisogna adattarsi anche più di quello che ci aspettiamo (e nulla è come quello che ci aspettiamo). E' una nicchia ben definita (e lo dico senza offesa, ci mancherebbe) quella che decide di non poterne fare a meno e non bisogna mai pretendere che tutti possano capire.
Alla fine di questo viaggio, incompleto a causa di risvolti politici che non mi hanno permesso di concludere secondo programma, ho dovuto affrontare (con termine ironico, perchè le cose le affrontano solo gli eroi dell'iliade) quattro giorni di scali aerei per raggiungere il mio volo di rientro in Italia, quindi contrariamente a quanto avviene di solito in questi piccoli ride, questa volta sono stata costretta a metabolizzare durante il rientro invece che a casa.
Seduta su di una scomodissima poltrona in una ristretta area dell'aeroporto riservata ai voli tra Tagikistan e Kyrgyzstan mi sono chiesta come mai questo viaggio ha avuto un peso così importante per me.

Pensiamo sempre che la nostra vita sia diversa da quella che vediamo al cinema, che leggiamo nei racconti di avventura o che abbiamo immaginato da piccoli, eppure dipende tutto da come decidiamo di tuffarci nelle cose. 
Questo viaggio fatto in compagnia, con un altro mezzo, in un altro periodo storico, in un periodo della mia vita antecedente a tutte le esperienze degli anni passati, non sarebbe sicuramente stato lo stesso. 

A Roma si dice "e sti cazzi?". 

Invece io ci tengo, perchè è importante capire che quando si entra nelle vite degli altri in "punta di piedi", succedono cose che potrebbero completamente sovvertire i punti di vista. 
Ho scoperto che il mezzo e la volontà cambiano il destino di un viaggio.
Non voglio togliere nulla, assolutamente nulla, a chi è interessato a fare una tipologia di viaggio che abbia altri ritmi, non è mia intenzione convincere nessuno a prendere e scappare di casa, ma mi piace far immergere chi legge nei miei stati d'animo. 
In punta di piedi ha un significato ben preciso: significa come suggerisce la frase, in maniera silenziosa, discreta e non inquinante, dove il senso di non inquinare non è attribuito all'uso di un mezzo totalmente libero da accise, ma intendo non inquinare nel senso più antropologico il pensiero altrui, e cioè farsi totalmente da parte ed essere disposti ad ascoltare le vite degli altri, dimenticando addirittura il posto dal quale veniamo.

Quando i tempi si calcolano in km e per percorrere 100km occorre una giornata, significa che quel mezzo permette di abituarsi non solo ad un clima diverso (se parliamo di altitudini vertiginose) ma permette al tuo animo, prima che al tuo fisico, di arrivare nei luoghi, non perchè ci sia la necessità turistica di essere lì, ma perchè di passaggio. E' un passaggio talmente lento che permette a chi vive in quel luogo di osservarti allo stesso modo in cui lo fai tu. (Ma che vuol dire?!) Significa che siete entrambi estranei non convenzionali (so che non mi sono spiegata ugualmente, ma è  così). I luoghi dove mi fermo non hanno mai niente di caratteristico da vedere, non hanno mausolei, tombe, statue, chiese, non hanno storia che sia testimoniata, ma quello che a me interessa è che siano luoghi abitati. 
Assurdo pensarlo, ma un viaggio in punta di piedi ti permette di arrivare nei luoghi non come turista, ma come attrazione di quel posto, ribaltando completamente la prospettiva. 
Ma come posso accorgermi che sta realmente succedendo questa cosa?
Bastano cinque/dieci (nel peggiore dei casi) minuti fermi in un punto, che sia il centro di un villaggio, oppure adiacenti ad un'abitazione nel mezzo del nulla, oppure ancora in bella vista in un buon punto di passaggio, per ricevere un invito a cena o per la notte.
Ma certo che ho la tenda, ma cosa mi importa di passare una notte in tenda quando posso entrare nelle vite degli altri?

Mi rendo conto di non aver detto nulla di questo viaggio, ma ritenevo che fosse un necessario interludio per capire quello che scriverò nel prossimo post



giovedì 28 aprile 2022

È possibile tornare a viaggiare nell'era del covid?

Se il primo anno è stato necessario fermarsi, quello successivo l'ho iniziato ponendomi questa domanda, mentre intanto guardavo ad altro, fantasticavo su possibili mete e difatti ho iniziato a concretizzare il pensiero.
Infine non so rispondere, ma posso dare soltanto la mia personale interpretazione: è sicuramente cambiato il modo di viaggiare, ma ho potuto constatare che per il momento si tratta solamente di sopravvivere alla burocrazia da affrontare prima, durante e dopo il viaggio.
E per me che scappo e trovo sempre modi contorti e pregni di autosadismo pur di evadere dagli oneri della burocrazia questo è stato un grosso scoglio, però se l'ho fatto io vuol dire che in qualche modo la questione può essere affrontata. 

Arrivo al punto dicendo che ho comprato il volo (partenza metà luglio e rientro metà agosto).
Prima di farlo ho dovuto inviare 18 email ai vari consolati perché i siti istituzionali italiani oltre a fornire informazioni discordanti con il resto del mondo non hanno mai risposto al mio semplice quesito: (intesa la situazione epidemiologica in atto, le guerre, gli scontri civili, le quarantene coatte etc etc etc) ma io posso andare in Tagikistan?

Ricevuta risposta dal consolato tragico (da quello italiano mai pervenuta) ho finalmente preso il volo.

Non so ancora nulla di preciso riguardo a quello che sarà il percorso a parte che si svolgerà da Dushambe (capitale del Tagikistan) a Osh (seconda città del Kyrgyzstan), anche se il volo di rientro in realtà è da Bishek (700km più a nord), quindi una passeggiata che va da ovest verso est seguendo la strafamosa Pamir Highway o M41, romanticamente parte della via della seta attraversata da Marco Polo, ma so che fondamentale per la scelta di questa passeggiata è stato il "corridoio naturale della valle del Wakhan". 

Cos'è e come si raggiunge?

C'è da dire che nella vita ci sono poche certezze, ma una di queste è che quando su internet girano poche notizie, allora è sicuro che quello è il posto giusto dove andare, o meglio dove perdersi prima che diventi troppo famoso e rovini inevitabilmente il suo valore sociale.
Incastonata tra Tagikistan (a sud-est) e Afghanistan (a nord-est) è geograficamente un corridoio naturale attraversato dal fiume Amu Darya, circondata da montagne, che seguono le catene più alte del mondo, e alla fine della quale si trova un valico per arrivare in Pakistan: praticamente una notevole esplosione di culture. Si raggiunge da Khorog effettuando una deviazione dalla M41 per poi ricongiungersi non poco distante da Alichur (città (?) famosa per aver registrato il record della minor temperatura tra le città abitate nel mondo, durante l'inverno -60°, in estate -5°, tocca vestirsi pesanti) e nella quale si tiene un particolarissimo festival il 13 agosto (spero di esserci). Si tratta in realtà di due strade che corrono parallele e sono separate da questo fiume, una strada appartiene ai confini tagichi e l'altra a quelli afgani, in alcuni punti il fiume raggiunge una larghezza non superiore ai 3 metri per cui è possibile salutare (almeno così riportano varie testimonianze) gli abitanti di uno o l'altro stato.
La domanda potrebbe sorgere spontanea e non è poi troppo scontata: ma è sicuro viaggiare perimetralmente ai confini afgani?
Ho scoperto che non solo è sicuro (inteso che alla sicurezza ognuno da un valore secondo una propria scala personale), ma anche che ottenere un visto turistico afgano è molto semplice e veloce nonostante quello che si potrebbe immaginare guardando all'attuale situazione politica, ma in ogni caso non è mia intenzione attraversarla dal versante afgano per il semplice motivo che il visto costa più o meno 150 euro (200 per i cittadini americani) + il secondo visto per il rientro in Tagikistan oltre il visto che serve per percorrere la Pamir (GBAO) e che immagino i paesaggi siano gli stessi e ce li faremo andare bene. Nelle diverse letture effettuate in rete (se state valutando di andare cercate solamente i risultati in lingua inglese, pochi italiani sono andati e non si trovano notizie esaustive riguardo le questioni burocratiche) ho scoperto anche che il sabato nella città di Khorog viene aperto un corridoio temporaneo per i cittadini afgani per permettere loro di allestire un mercato all'interno del Tagikistan, nel quale sono presenti anche componenti del Pakistan e forse (ma non so dopo la pandemia) anche cinesi, il tutto avviene entro aree delimitate militarmente e controllate, quindi cercherò di non perdere l'occasione che mi incuriosisce non poco. 

Parliamo di una valle che prima di tutto si trova sconnessa proprio per la mancanza di strade asfaltate, si parla solamente di vie sterrate poste a 3.000m di altezza o comunque difficilmente praticabili senza un fuoristrada (non sono previsti mezzi pubblici che le attraversano), lungo la quale hanno sede pochi villaggi fuori dal mondo, che hanno addirittura sviluppato una lingua loro e che poco hanno a che vedere con la politica se non prettamente dal punto di vista geografico, che svolgono una vita rurale e nomade, e quindi in parole povere: questo è stato il punto decisivo alla ferma scelta di ricominciare a viaggiare proprio da qui.

Ricapitolando: si parte da Dushambe, si percorre la M41 fino a Khorog, si prosegue per la Wakhan Valley, si torna sulla M41 fino a Osh, se avanza tempo si continua fino a Bishek per prendere il volo. 
Si vede che sono diventata una persona matura? E' la prima volta che ho un pseudo programma del viaggio addirittura prima di atterrare! O è quello, oppure è stato il covid!

A parte gli scherzi, il Tagikistan è un'area dell'ex unione sovietica che ha conquistato la sua indipendenza negli anni 90, purtroppo o per fortuna (rispetto i diversi punti di vista) mantiene un elevato rigore militare, per cui, nonostante per l'Italia non sia previsto un visto di ingresso, è necessario ottenere un permesso per attraversare l'autostrada del Pamir, lungo la quale si trovano numerosi posti di blocco soggetti a controllo, il confine con il Kirghikistan è aperto per ragioni turistiche, ma non è possibile attraversarlo a piedi. Il Tagikistan registra diverse manifestazioni di estremismo islamico per cui è consigliabile evitare hotspot turistici o centri affollati. Ad oggi le restrizioni dovute al covid sono decadute e per entrare in entrambi gli stati è necessario effettuare un tampone molecolare entro le 72h prima a dimostrazione della non positività al virus.

NB.: googlemaps non mi fa ricongiungere dall'ultimo paese della Wakhan Valley alla M41, in realtà esiste una strada che forse lui non riconosce come strada, vedremo di dargli torto



martedì 22 ottobre 2019

Lettere dal futuro / Untitled Mongolia

Alla cara me, quella che sarà lontana 9.000 km da ora


Ancora qualche mese e poi saremo di nuovo li, dove le emozioni prendono il sopravvento, dove sarà necessario dosare qualsiasi cosa, oltre i respiri, ogni pensiero.
Ho bisogno di ritrovarmi in un nuovo progetto, sempre diverso, con l'unica eccezione di mantenere la costante di ogni mio viaggio: essere lontani dal presente.
Un esperimento, anche questa volta, che indaga sugli effetti delle emozioni più viscerali; insomma, guardo al futuro e mi vedo di nuovo fuori dal mondo, in mezzo a quello che per molti è il nulla, per alcuni è il nulla fondamentale; fuori dal mondo, nel mezzo di una terra straniera.

Ho ricevuto un cartaceo della Mongolia, l'avevo chiesto a due amici in viaggio questa estate. Adoro le carte stampate, sono come obiettivi non memorizzati in un monitor, hanno consistenza solida, le scorro con la mano e mi fermo in un punto, qualcosa che mi rende curiosa. La felicità di esplorare un limite, renderlo proprio, oppure capire che non è ancora il momento, gli esperimenti servono a questo.
Raccolgo informazioni, spesso insufficienti, e non capisco ancora se si tratta di un superficiale carattere della mia personalità, oppure è voglia di non precludersi nulla.
Mi sorprendo ancora di come possa essere tutto relativo, pareri contrastanti che riflettono il modo in cui vediamo il mondo e l'unica via per scoprire il nostro punto di vista rimane sempre e comunque quello di trovarsi li in mezzo, dove ora vedo tracciate delle linee che sono piste, che forse esistono, forse sono state cancellate dal tempo, dal vento, dalle piogge.

Inizio a progettare, che per me significa tassellare dei nomi, prima solamente lettere confuse, in un quadro più preciso, quanto meno più razionale, intanto capire dove si trova quel nulla che per il momento è formato dalle lettere GOBI

venerdì 21 settembre 2018

Scappo di casa e mi perdo in Kashmir - Capitolo III - l'età di mezzo

Il silenzio usato come sostantivo, a differenza di quello che possiamo immaginare, è una parola che deriva dal latino Silentium silere, ovvero tacere, non far rumore, in senso figurato l'astensione dalla parola o dal dialogo.
Uno di quegli studi, inutili ma divertenti, anche se un pò sessisti, condotti da qualche università inglese o americana sostiene che in media pronunciamo 2.250 parole al giorno e se pensate al valore di questo numero e lo paragonate a quello che potevate immaginare è molto più grande di quello che uno si aspetta.

Quando viaggio non guardo spesso le foto dei giorni precedenti, ma a volte capita, quindi guardo le foto e penso: è davvero scontato il fatto che io mi trovi qua? Davvero, quanto scontato può essere? Migliaia di persone hanno sicuramente fatto quello che ho fatto nei miei viaggi e che farò in futuro, ma i miei genitori no. No, è vero, erano altri tempi, erano alte storie, ma io non appartengo al loro tempo, i figli dei miei amici probabilmente andranno in altre direzioni ancora, è il tempo che passa, le generazioni che cambiano, ma io sento di appartenere appieno a questa di generazione; lo spaesamento, il non avere radici, il costante equilibrio sul bordo di un baratro, il presente è oggi, domani chissà.

Constatato che il mio mp3 era oramai totalmente andato, non dopo pochi tentativi di rianimarlo, mi ero rassegnata all'idea che non solo avrei avuto a che fare con il silentium, che comunque è una costante dei miei viaggi in solitaria, ma allo stesso modo non avrei avuto possibilità di ascoltare altri rumori (nell'accezione di noises) che quelli della roccia che si sgretola, dell'acqua che scorre, del vento che leviga la faccia, delle ruote che schiacciano frammenti polverosi dell'unica strada possibile che avevo davanti per arrivare in quel posto che non so perchè mi ero fissata doveva essere uno dei punti da visitare assolutamente, non per la qualità della vista o per qualcosa in particolare, ma solamente perchè era vietato andare li e io dovevo assolutamente mettere piede in Cina.

Quando il mio cervello associa la parola strada e deserto in una frase che contempla il verbo attraversare succede che i miei occhi si illuminano come se quello fosse il mio unico scopo nella vita.

Succede che purtroppo in alcuni casi, quando vai in posti del genere, la burocrazia di mescola all'avventura rendendo il tutto un pò meno divertente di quello che ti aspettavi.
Per accedere a questa famosa zona proibita mi veniva richiesto l'Inner permitt, ovvero un foglietto di carta con un timbro della questura del Kashmir che accerti il fatto che tu stia andando in quei posti solamente a scopo turistico e che tu faccia parte di un gruppo di due o più persone; l'unico modo per ottenerlo è presentarsi di persona agli uffici, o tramite qualche agenzia, che si trovano però solamente nel capoluogo della regione, ovvero a Leh.
Un ulteriore problema è che viaggiando in bicicletta per me una deviazione di 200km equivale a due giorni di viaggio (+ 5.000m di dislivello) buttati al vento per avere uno stupido foglio timbrato, e quando due giorni si sottraggono a 20 te ne rimangono davvero pochi.

Con l'unica valvola di sfogo a disposizione (il mio mp3) oramai definitivamente defunto la cosa che più mi preoccupava era quella che i pensieri potessero diventare davvero pericolosi (io l'ho sempre pensato che il silenzio è l'arma più pericolosa del mondo). L'ultima cosa di cui ho bisogno in una situazione al limite del possibile è pensare a fatti negativi, alla fine avevo deciso appunto di partire anche per lasciarmi alle spalle un passato bello pesante da estirpare alla radice, non avrebbe avuto senso rimurginare (ancora!!!) sugli errori degli ultimi anni.
Forse per questo ho cominciato a tenere impegnata la mente con il mio nuovo passatempo: pensare a come eludere la frontiera.

Dopo quasi una settimana di vagabondaggio in mezzo alle montagne avevo più o meno intuito dove potessero nascondersi i posti di blocco.
Ogni posto di blocco è formato da una guardiola, all'interno un soldato con annesso fucile, una corda con delle bandierine fa da transenna, questi posti di blocco si trovano solitamente all'ingresso di vallate, in modo che tu non abbia possibilità altra che passare di la perchè ai lati della guardiola non c'è possibilità di passaggio, solamente strade a tornanti ... per chi ha un mezzo gommato ... per chi ha una bici e non ha paura di trascinarsela arrampicandosi tra i tornanti è tutta un'altra storia.
Mi rendo conto che passo da momenti di totale euforia a momenti di pessimismo esistenziale, solo che in alcuni casi il fatto di essere troppo positiva non mi fa rendere bene conto di cosa sto per fare, per cui mi ritrovo a volte a pensare che nell'immediato futuro mal che vada dovrò trascinare una bici arrampicandomi sui tornanti, mentre il tutto è leggermente più ostico

Attraversato il deserto tibetano che da Meroo va verso Nyoma il primo posto di blocco che incroci sta nella strategica posizione a ridosso di un fiume. Nella vita di tutti i giorni eviterei volentieri di immergermi in un fiume ghiacciato, ma quella non era la vita di tutti i giorni, oramai avevo preso consapevolezza del fatto che il momento era quello e mi sarei tolta la fissazione dalla mente una volta chiuso il cerchio delle cose da fare una sola volta nella vita, o almeno nell'arco di una giornata.

A Meroo decido di prendermi una bella pausa di riflessione giusto per accertarmi che quello che volevo fare era in realtà la cosa che più desideravo in quel momento.
Non credo nei segni del destino, nelle cose che piovono dal cielo, nelle frasi tra le righe, più di una persona mi ha detto che per me le cose o sono bianche o sono nere e se te lo dice più di una persona devi ammettere che una verità ci deve essere, ma ripeto, forse ci sono situazioni in cui bisogna credere a tutto, anche a quello che di norma non accetti.
Ordinato il mio solito thè con momo, "l'uomo della tenda" prende posto a sedere di fianco a me mentre io fissavo in modo alienato il bivio: da una parte una diretta per Leh, dall'altra parte il deserto tibetano verso una frontiera che forse non sarei mai riuscita ad attraversare, dentro di me un silenzioso scontro tra titani.
- It's really a good day - noto che al contrario di me ha voglia di parlare - No clouds, no wind, nothing - continua mentre io con la coda dell'occhio lo osservo - Where are you going?
- I really don't know, i'm waiting for something, but i don't know what exactly
- It's a common low, you think it could be simply in your way, but it takes other directons - il tipo dagli occhi di catrame riesce finalmente ad attirare la mia attenzione, mi chiede una sigaretta e comincio a girargliela
- Probably, but we can't do nothing to change the rules 
- You can always do something that maybe yesterday it was not in your mind
comincio a pensare che forse faccio male, ma sto leggendo tra le righe la risposta alla mia domanda
- I can't remeber about yesterday - rispondo ridendo
- Really good, we need to go in opposition with our rules to be stronger, for example, you are totally alone now, far from home, what it was yesterday in this moment it makes no sense anymore, you can do everything, nobody can judge you
E' alto, la pelle scura bruciata dal vento, occhi a mandorla piccoli e sottili, neri come la pece, i capelli lisci legati sopra la nuca, può avere cinquanta anni, ne può avere anche sessanta, è difficile distinguere l'età di chi è cresciuto sotto il sole, vive e veste le stesse cose probabilmente da anni, che cosa ci fa esattamente li?
- How many people have crossed this road? - guardo in direzione di Nyoma, e non so per quale motivo gli chiedo questa cosa, la chiedo e basta
- Not so much, military only, and sometimes someone like you, looking for adventure

in quel momento avevo preso la mia decisione, che io creda o meno ai segni del destino poco importa, perchè credo molto negli incontri.
Prima di andar via mi chiede come mi chiamo
- Alessandra! - glielo grido da lontano. Non so se si ricorderà di me nei prossimi anni, io di lui mi ricorderò per tanto tempo


La Meroo - Nyoma è una strada totalmente deserta, non c'è niente da vedere, è stata ideata come scorciatoia per i militari che da Manali vanno verso la Cina, nessuno ha motivo per passare di la, nessuno tranne una ragazza in bici intenzionata ad attraversare una strada solo per il gusto di farlo, perchè in quel momento era giusto così e doveva essere fatto.


Come ogni anno potrei spendere 5.000 e più parole per elogiare la bellezza dei luoghi desertici, ma come ogni anno non ne sono in grado, quindi non lo faccio, vi invito piuttosto a leggere i post che dal 2015 scrivo sui deserti che bazzico.






Quello che conta è che a quella dogana ci sono arrivata veramente e veramente ho pensato di poter essere in grado di scavalcarla, così ci ho provato.

Il confine è totalmente militarizzato, ma se il compito era trovare la falla del sistema in qualche modo ci sono riuscita.





La notte appartiene agli amanti, alla lussuria, a noi - a detta di Patti Smith, io aggiungerei che appartiene anche ai ladri di sogni. La notte permette di fare quello che a volte di giorno ci intimidisce, la notte permette di sminuire le inibizioni, la notte è per chi pensa che un gesto debba restare nascosto, la notte è fatta per scavalcare le frontiere.
Immergersi in un fiume ghiacciato, scavalcare la frontiera di Nyoma, totalmente al buio, sapendo che comunque non avrei potuto fare il giro che il mio tracciato preliminare prevedeva solo per il gusto di mettere piede nella zona proibita è davvero da incoscienti e mi vergogno pure a scriverlo, però in quel momento volevo che il mio pensiero superficiale avesse la meglio e così è andata.
In fondo per questo viaggio mi ero data solamente una regola: fare tutto quello che vuoi fare, nella totale libertà, sentendoti responsabile di te e nessun altro.

Dopo aver giocato a scavalca le frontiere, decido che è il momento di dirigermi verso Leh.

Tornando quindi indietro, questa volta per la strada principale, mi rendo conto che non ho più bisogno della musica per non diventare pazza, mi basta pensare che ho fatto abbastanza cose per permettermi il lusso di rilassarmi un attimo, anche se davanti a me c'è uno dei passi camionabili più alti del mondo, ma tanto nemmeno lo sapevo, come sempre ho pensato che la strada era una e che quindi era inutile star li ad interrogarmi su quanti metri bisognava salire su.


Il giorno seguente, oramai lontana da tutto quello che era stato qualche ora prima (viaggiare così è bello proprio perchè le cose hanno due metri e due misure: una è quella dei km e una è quella delle ore. A volte le cose vengono calcolate in ore a volte in km, provare per credere), mentre in tutta tranquillità salivo i 27 tornanti (si li ho contati) che sulla Keylong-Leh portavano a uno dei passi principali (Nakeela), mi affaccio a guardare dall'alto la vallata con la strada a curve che avevo appena fatto.
Tra la sensazione di vertigine dovuta forse alla stanchezza, forse all'altitudine, mi accorgo di un piccolo puntino nero che su due ruote sta percorrendo quei tornanti. Incuriosita, ma anche molto felice di aver trovato un mio simile, decido di aspettarlo, perchè no, in fondo non c'erano dei programmi precisi per i km a seguire.
Mylon è un ragazzo di 25 anni del Bangladesh che assieme ai suoi due compagni di avventura (ci ho messo un paio di ore a capire che erano in 3 e un altro paio a distinguerli, visto che erano vestiti uguali e avevano le stesse bici) stava per chiudere un viaggio di 65 giorni da casa a Leh. La gioia nel suo sguardo a riconoscere di avere pochi km davanti per chiudere un sogno progettato per un intero anno era qualcosa di spettacolare, forse anche più bello del paesaggio circostante. Siamo fatti di sensazioni, oltre che di carne, ed essere circondati da persone che esprimono emozioni vere non capita tutti i giorni.
Ci stringiamo le mani, una stretta di mani tra pari è sempre una bella cosa, in quel momento mi sento ambasciatrice del mio paese, ma allo stesso tempo non mi sento di appartenere a nessuna nazionalità, siamo semplicemente due persone che stanno facendo la stessa cosa e che per cultura non hanno nulla in comune, ma in qualche modo siamo uguali.


E' un ragazzo che un pò invidio, mi racconta del viaggio che hanno appena fatto, e io continuo a pensare che il mio tempo è sempre poco, vorrei tornare indietro a quando studiavo e non avere tutta questa fretta di crescere. Lo ascolto con attenzione e mi rendo conto che non parlo con qualcuno da molto tempo, sono felice di stare con lui e i due suoi amici, ma allo stesso tempo sento il bisogno di isolarmi ancora, quel silenzio era diventato una droga, oramai sentivo di essere una tossica.
Ci fermiamo a mangiare assieme in una di quelle tende che tanto ho amato, è una fortuna quando incontri gente che parla la lingua del posto, perchè finalmente riesco ad ordinare qualcosa di diverso dai momo, continuiamo per qualche ora, poi si rendono conto di essere provati dalla salita e dall'esserci sfondati metà delle provviste di quella bettola e mi propongono di piantare la tenda lì.
Non so perchè ho deciso di continuare senza di loro.
E' stato bello parlare per tutto quel tempo, ma avevo bisogno di stare ancora da sola con me stessa. Invento una scusa a caso, devo proseguire perchè ho poco tempo e non sono stanca e so di una vallata dopo il passo che è spettacolare e voglio vedere l'alba da lì etc etc ... mi guardano come se fossi completamente pazza, e forse un pò devo dargli ragione, ma dovevo andare.
- Maybe see you tomorrow, or maybe never again - quante volte ho detto questa frase, non c'è stata una volta che poi davvero ci siamo visti il giorno dopo, eppure mi ricordo di tutte quelle facce a cui l'ho detto, mi ricordo di tutti i loro sorrisi, mi ricordo come se fosse ieri i paesaggi, la temperatura, se avevo o meno i guanti, quando invece stento a ricordare cosa ho fatto il giorno prima quando mi trovo a casa.

A quel passo (Tangangla) ci arrivo con una piena consapevolezza di chi ero io in quel momento, avevo capito che il mio viaggio come ricerca si poteva dichiarare concluso nell'istante in cui ho piantato la tenda, ho guardato a 360° le montagne intorno e ho pensato: adesso sei esattamente nel posto in cui volevi essere.


Certe sensazioni non si possono descrivere, sono attimi di felicità; chi ha la fortuna di provarli riesce a ricordare la stessa sensazione che aveva da piccolissimo: quella volta che sei riuscita a scappare dalla morsa di mamma per infilare le mani nella fontana ghiacciata e hai provato la sensazione di bruciore ma anche di conquista, la prima volta che sei riuscita ad arrampicarti in cima ad un albero e guardando giù facevi una smorfia ai bambini increduli, quella volta che ti sei svegliata e hai trovato un cane in cucina e ti hanno detto che era tuo, la prima volta che hai sentito il cuore battere per qualcuno, la prima volta che hai detto a qualcuno quello che davvero provavi sentendoti totalmente libero. Sono tutte delle cose che con l'età diventano più rare, perchè siamo noi a diventare più complessi; ecco, viaggiare è quel mezzo che ti permette di tornare bambino, anche solo per un istante, ma quell'istante diventa un ricordo indelebile e noi in fondo non siamo altro che ricordi.

martedì 11 settembre 2018

Scappo di casa e mi perdo in Kashmir - Capitolo II - come direbbero i New order "Age of Consent"

Se ci interrogassimo su cosa desideriamo realmente scopriremmo che siamo tutti costantemente alla ricerca della parola felicità.
Il dizionario è ricco di riferimenti a dove si potrebbe trovare questa felicità; alcuni nella salute, altri nella serenità, altri ancora nelle opportunità; ma io credo che per natura questa parola non possa racchiudere un lasso di tempo troppo lungo, è più un sentimento puntuale, che una volta palesato viene immediatamente soffocato da altro, è quindi una ricerca costante, o almeno lo è per me.




Mi trovo così a partire da Kullu, alle 10 del mattino, dopo pochissime ore di sonno accumulate a caso un pò in macchina, un pò su di un pulcioso materasso buttato a terra in una struttura non classificabile in niente di quello che conosco, poche cose dietro; in un certo senso pochissime, dovrei cavarmela da sola su quei passi che bloccano la vista dell'orizzonte da subito, mentre guardo le punte innevate penso che sono davvero alte, penso anche con un pò di menefreghismo, che in questo viaggio non è mancato, di aver sottovalutato la situazione; in un altro senso le cose che mi porto dietro sono sempre troppe e mi impongo di rilassarmi.
Sono le 10, mi trovo in India, ho una bici, poche cose dietro, una voglia incredibile di perdermi tra quelle montagne e la possibilità di avere del tempo per stare da sola, in quel momento non c'è niente che tenga, in quel momento io sono la felicità fatta in persona.

Prima di partire mi avevano detto che avrei avuto bisogno di una scheda telefonica dello Jammur & Kashmir, perchè la normale sim indiana avrebbe a un certo punto smesso di funzionare; per motivi di sicurezza, essendo un paese in guerra da qualche anno, hanno la rete telefonica bloccata all'interno del poligono; quello che non mi avevano detto o che nel mio menefreghismo avevo evitato di sentire, era che non è possibile avere questa sim a meno che tu non sia un residente.
Benissimo.
L'ultimo messaggio che ricevo sul mio whatsapp è di una tipa conosciuta qualche giorno prima di partire, mi chiede come procede la mia vacanza a Saint-Tropez; mi viene da ridere, come mi è saltato in mente di dire che andavo in una Spa a Saint-Tropez non lo so, mi ha sempre fatto ridere il nome allora l'ho sparata così, avrei pure voluto rispondere "benissimo, sono in piscina da due giorni e si mangia un ottimo pesce", ma quando mi accorgo del messaggio è già troppo tardi, il mio cellulare ha smesso di ricevere e non lo avrebbe più fatto fino alla fine del viaggio, ma questo ancora non potevo saperlo.

L'entusiasmo del primo giorno è sempre qualcosa di veramente speciale, perchè a me dura soltanto un giorno, tutto il resto del viaggio di solito penso che sarebbe davvero più semplice nella vita andare a Sanit-Tropez in una Spa, ma poi quando ogni tanto mi giro e guardo la strada che ho appena fatto quell'entusiasmo risale, quando la sera mi ritrovo in tenda avvolta dal silenzio dei luoghi spogli quell'entusiasmo risale ancora e ancora, si può chiamare bipolarità?
In generale noto che l'entusiasmo si manifesta nel momento in cui ricordo che davanti a me c'è qualcosa che non ho mai visto e cala nel momento in cui le cose cominciano a diventare una routine, anche nel viaggio stesso.
E' con immenso piacere che posso affermare che quest'anno non c'è stato un solo giorno uguale a quello precedente e quella euforia che mi aspettavo di perdere già dal secondo giorno in realtà si è trasformata in adrenalina pura, forse anche un pochino esagerata.

Mi trovo così che saranno state le 18, il mio primo passo appena valicato, il Rhotang Pass 3.978m. 
Dopo essermi complimentata con me stessa, visto che guardando a destra e sinistra non notavo nessuno che potesse stringermi la mano, comincio ad avere il sentore che non proprio tutto va come sarebbe stato meglio che andasse.
Sfortunatamente per me arrivare a quell'ora su quel passo significava avere una sola ora di luce naturale a disposizione, niente cibo dietro, perchè il villaggio immediatamente successivo distava più o meno una trentina di chilometri, e la netta sensazione che una tempesta stesse per abbattersi proprio sopra la mia testa.

Non c'è problema, ricordo di aver pensato ingenuamente che tanto fino al prossimo villaggio a parte pochi km, il passo era andato, quindi era tutta discesa, allora col sorriso in faccia, la mente proiettata su un piattone di noodle e un thè caldo, mi rimetto in sella, seguo il tornate e mi blocco immediatamente. Quello che vedo non può essere vero: la strada non c'è. Al posto della strada la roccia nuda e appuntita, scavata a mo di sentiero tra le creste della montagna, praticamente come fosse un percorso di trekking al Gran Sasso. Non mi scoraggio affatto, non posso fare down hill con la bici carica, il rischio è di spaccare copertoni, forcella e portapacchi, penso che ci deve essere un errore, che sarà solo quel pezzo, che girato l'angolo solo fiori prati e tanto cibo, quindi proseguo a piedi con la bici in mano, canticchio pure quello che il mio mp3 passa in cuffia. Evito di alzare gli occhi la cielo, perchè so già che tra pochi minuti verrà giù tutto il mondo , però penso sempre che occhio non vede e cuore non duole. Solo quando i primi goccioloni mi lavano le mani e comincio a tremare dal freddo mi decido a cercare un punto dove poter buttare la tenda, solo che purtroppo è impossibile perchè si tratta di una strada larga 3/4 m, scavata appunto nella roccia, in pendio, ovviamente totalmente priva di luce artificiale e comunque camionabile, non posso piazzarmi lì in mezzo, durante la notte potrebbe passare un mezzo di trasporto o qualcos'altro e avendo avuto a che fare con le abitudini indiane, seppur da 48 ore, sapevo già che mi avrebbero ficcata sotto senza nemmeno accorgersene. 
Il tempo di un'occhiata veloce ed è già troppo tardi per tutto, la bufera è scesa giù, un rumore frastornante, un vento ghiacciato, una secchiata di acqua dopo l'altra e io non vedo più niente e comincio a maledire la mia stramaledetta incoerenza di vita.
Di norma fosse successa una cosa del genere in città avrei di certo cercato riparo sotto un cornicione in attesa che tutto finisse, ma in quel punto mi sembrava improbabile trovare un riparo, per cui comincio a scavare tra la roccia, spostando i massi più leggeri e lasciando quelli impossibili da rimuovere sopra, a mo di copertura, ricavando così una piccola nicchia al lato della strada.
Ovviamente non chiudo occhio tutta la notte, la bufera dura qualche ora, giusto il tempo di inzuppare tutto quello che avevo dietro, e io avvolta nei sacchi dell'immondizia che oramai mi porto dietro perchè non ho attrezzatura impermeabile, fisso la roccia sopra la mia testa e penso "sei una cretina, se questa cosa ti cade in faccia sono almeno 80kg tutti appuntiti, tra una settimana ti trovano qua e manco il riconoscimento possono fare".


L'indomani non aspetto nemmeno che sorga il sole, mi avvio che ancora non si vede nulla, tanto non avevo dormito e a questo punto pensavo pure che non lo avrei fatto fino alla fine del viaggio, volevo solo del cibo, avevo un buco allo stomaco e quando si ha fame, con quel freddo, dopo quello che avevo appena fatto, anche a quell'altitudine nemmeno ancora troppo importante ma pur sempre intorno a 4.000, non vedevo più ragioni, pensavo solo che a quel villaggio avrei saccheggiato le dispense. 
E a quel villaggio ci arrivo talmente felice di vedere delle tende e del fumo che anche se erano le 9 del mattino mi sono mangiata il pranzo di natale e il cenone di capodanno, commettendo il secondo errore di valutazione: se poi devi rifarti 1.500m di dislivello in salita per andare sopra i 4.000 non è il caso di riempirti come un maiale perchè è inevitabile che vomiti anche l'anima.




Vi assicuro che queste due esperienze nel giro di poche ore mi hanno insegnato molte più cose che tutto il mio ultimo anno di vita. Sono errori che si commettono una sola volta, anche perchè la seconda forse sarebbe stato troppo una sfida al caso, per cui era bene evitare.

Se volete un consiglio da amica ad ogni modo è quello di non chiedere mai ad un indiano in che condizioni troverete la strada a seguire. Non so per quale motivo non hanno cognizione di quello che può voler dire asfalto, oppure buon manto stradale, ho cercato di farmi un'idea del tutto e mi sono venute in mente tre papabili soluzioni:
1- non attraversano quella strada da molti lunghi anni, per cui i loro ricordi sono probabilmente sbiaditi
2- non hanno mai visto una strada asfaltata, per cui per loro quello è il top del top, e non voglio nemmeno immaginare come fosse messa prima
3- hanno una filosofia di vita distante da quella che conosco: vai zia tranquilla, una strada si trova, nel male e nel bene da qualche parte arrivi

Ho smesso di chiedere indicazioni al terzo giorno, mi ero stufata di illudermi, oramai avevo capito che più di 70km al giorno non avrei potuto fare, un pò per il discorso del dislivello costante, un pò per l'altitudine per cui avevo fatica a tratti durante la respirazione, un pò perchè al posto della strada ogni tanto passava un fiume da guadare ed a tal proposito non è mancata occasione di fare l'esperienza che più ha messo a rischio la mia vita in tutti i viaggi.










Storia già vissuta il giorno precedente: sta per fare buio, mi trovo su di un passo, ma ho ancora un paio di ore di luce, per cui sono la persona più tranquilla del mondo.
Comincio a scendere i tornanti, dovrei passare da quota 5.000 a poco meno di 4.200, sono 800m di dislivello da farsi spalmati in 20km, secondo i miei conti la strada non dovrebbe essere troppo ripida, il sole splende in alto ed è ancora caldo, anzi, caldissimo, nelle cuffie Wanderlust di Bjork che non evito di cantare a squarciagola mentre in discesa cerco di evitare le rocce più appuntite, ho il terrore di aprire in due i copertoni.
Incrocio le mie amate tende del villaggio, penso già a cosa posso mangiare, e con ancora le mie splendide cuffie verdi in testa, mi piace tenerle, perchè la gente mi guarda sempre perplessa, mentre faccio ciondolare la testa a ritmo di musica, mi affaccio a vedere se trovo qualcuno nella tenda. 
Vedo un omone di poche parole, anzi proprio nessuna, gli chiedo un thè e un piatto di momo, mentre io mi metto a sedere su di un masso in mezzo alla polvere e mi giro una sigaretta.

Che bella sensazione quando hai imparato dai giorni precedenti come gestire le situazioni e puoi permetterti una sana mezz'oretta di relax completo, senza troppo preoccuparti di dove buttare la tenda perchè tanto dovrebbe essere tutto asciutto e questa volta i tuoi calcoli sono giusti, ti trovi all'interno di una piccola vallata che proseguirà per ancora qualche km prima di ergersi nuovamente a passo, per cui ti gusti quella sigaretta che tanto bramavi da ore mentre in salita stavi quasi per sputare sangue e alla fine ti giri a ricontrollare la strada che dovrai percorrere e boom capisci di trovarti di nuovo al limite del normale: la strada che fino a 3, e dico davvero 3 minuti prima (il tempo di entrare in tenda chiedere il the e i momo e girare una sigaretta) era li, cioè una strada è fissa, non può spostarsi (!), adesso non esiste più, quella strada è un fiume.

Sono passati solo tre giorni dall'inizio del viaggio, quello in bici, ma io sento addosso il peso di tre mesi di viaggio, le esperienze si accumulano velocemente, una sopra l'altra e il loro peso è assurdo, per cui affronto anche questa cosa con totale menefreghismo e disinteresse per quello che sarebbe potuto accadere, come se tutto questo fosse la normalità, e in qualche modo alla fine lo è.
Guardo quello che era il principio del fiume, vedo che c'è un motociclista indiano fermo sul ciglio con le braccia alzate sui fianchi come a dire "che palle", poi vedo che si forma un gruppo di indiani proprio attorno a lui e cominciano a discutere, credo sulla possibilità di guadare o meno il corso d'acqua. Intanto l'omone del thè si è affacciato e mi ha lasciato la tazza per terra, in mezzo allo schifo, si mette ad osservare la scena. Non perdo occasione per chiedergli che fine abbia fatto la strada, mentre soffio sul thè caldo, come se fossi seduta in salotto, a casa, e lui come tutta risposta mi guarda come se quella fosse una cosa normale, anzi, non lo turba per niente
- Where is the way? - sento che pongo quella domanda in tono calmo e pacato, sicura che la risposta sarà la soluzione al problema
- No more way -  replica con la stessa calma il tipo, alza pure le spalle

Oooooooooook, tiro un grosso sospiro, rifletto in meno di un secondo, quello che viene fuori dalla riflessione è più o meno questo, tutto attaccato di fola nel mio cervello, in un nano secondo "il sole sta sciogliendo il ghiaccio, questo fiume assume portata maggiore di minuto in minuto, adesso la cosa si potrebbe risolvere nel giro di qualche ora o forse di una settimana, tu tra due settimane hai un volo che parte da Leh ed hai ancora più o meno 700km e tipo 4/5 passi davanti da affrontare, non conosci le condizioni stradali, che probabilmente saranno pessime anche più avanti, bhe Ale prendi questa bici e corri prima che il fiume diventi profondo!!!"

Lascio la tazza nello stesso punto in cui il tipo l'aveva poggiata, prendo 20 rupie e gliele metto in mano, poi raccolgo la bici dalla polvere e senza dire una parola mi affretto verso il fiume. La cosa è più difficile di quanto potessi immaginare vedendola da lontano.
Il primo piede sposta uno strato di fango, si scivola, il secondo piede comincia ad affondare. Ci saranno più o meno una ventina di metri tra una sponda e l'altra, il problema in quel momento non era più quanto potesse allargarsi l'argine in pochi minuti, ma quanto profondo e melmoso potesse diventare quello che già scorreva al centro. Cerco inizialmente di bagnarmi il meno possibile, le scarpe completamente sott'acqua, sento che più mi avventuro più il livello sale. Mi fermo un attimo per riflettere, devo individuare quali i punti più bassi, una secca, qualcosa che possa indirizzarmi sul percorso meno pericoloso, e mentre mi fermo a pensare questo sento che la potenza del fiume, ogni attimo che passa sempre maggiore, cerca di strappar via prima a bici e poi i miei piedi. L'acqua ghiacciata ha fatto come da anestetico alle caviglie e la potenza del fiume li leviga e io sento che sto perdendo il controllo della situazione, lo sento nel momento in cui abbandono con una mano il manubrio della bici, adesso l'acqua mi arriva al cavallo dei pantaloncini. Sono esattamente al centro di quel fiume, in qualche modo sono fottuta.

Se c'è una cosa della quale ho il terrore è l'acqua e quello che non posso vedere sotto i miei piedi. Non so perchè, alla fine sono siciliana, non riesco a fare un bagno a mare, ne ho il terrore; mio padre mi ha accennato una volta per sbaglio che quando ero piccola mi hanno lanciata in alto mare e la vela alzata ha fatto partire il catamarano, per cui sono rimasta da sola in mezzo al profondo blu fino a quando dei pescatori mi hanno raccolta, ne abbiamo parlato solo una volta, probabilmente deve essere questo il trauma, ma non ho mai approfondito, combatto le mie paure giorno per giorno e a quanto pare funziona.

In quel momento non mi trovavo in acqua, il mio cervello non ha associato quel fiume ghiacciato ad acqua, ma a qualcosa che dovevo assolutamente combattere per non essere trascinata via. Mi decido a dare uno strappo netto quando dall'altra parte del fiume vedo un gruppo di indiani che comincia ad agitare le mani, sento un solo boato e vedo che un pezzo di montagna si è staccata dalla parete e con se porta un'altro immenso fiume di fango e detriti, è un rumore che sicuramente mi porterò dietro per tanto tempo, gli indiani li vedo sfocati, in lontananza, ancora troppo lontani da me. Capisco che il tempo è finito. Isso la bici per portarla in posizione verticale, irrigidisco le gambe anche se non le sento più, l'acqua adesso arrivata all'ombelico ha anestetizzato pure le cosce, ma non me ne frega niente, devo uscire da questa grandissima rogna. Un passo alla volta sento che riemergo, ma non mi tranquillizzo fino a quando l'ultimo piede non è stato tirato fuori da quel fiume marrone.
Un indiano mi aiuta tirandomi il braccio, io lo vorrei ammazzare, perchè nessuno mi ha aiutata mentre stavo per essere trascinata via? Perchè sono rimasti tutti fermi a riva a godersi lo spettacolo?
Sento una pacca sulle spalle, poi un gruppo che mi si stringe attorno e cerca di comunicare, ma non capisco cosa dicono, in quel momento li vorrei prendere a pugni, vorrei strillare per scaricare tutta l'adrenalina, ma immediatamente penso che loro non ne hanno colpa, avevo deciso io di andare dall'altra parte, nessuno mi aveva obbligata.
Ancora con l'animo un pò infuriato mi giro verso l'indiano che mi aveva preso il braccio e gli dico con tono abbastanza infastidito
- How is the road from here to Sarchu?
l'indiano mi guarda e non risponde
- Is it the same road? Better or no? Other rivers? - sento che la seconda domanda prende dei toni più accesi, come se lui potesse essere responsabile delle condizioni della strada
- No no, it's better - mi guarda titubante
- Are you sure?
- Yes, no problem
- Si si certamente! - lui se la ride, ha capito che sono più arrabbiata che spaventata, non posso far altro che sorridergli e inforcare di nuovo la bici



GLI OCCHI SANGUINANTI



Se c'è una cosa che più mi calma è la musica. Io non prendo sonno se non ho le cuffie con la musica accesa, poi mi sveglio nel cuore della notte con le orecchie che bruciano, ma non ne posso fare a meno, soffro di insonnia e l'unico modo che conosco per dormire è isolarmi dentro quel mondo.
Appena qualche metro dopo il fiume mi rendo conto che il mio mp3, quello storico, quello che 10 anni fa mi è stato regalato a natale e che si è fatto 8 anni di viaggi e contiene 5 giga del mio mondo ha una strisciata di fango all'interno, come tutta la mia attrezzatura interamente infangata.

Capisco in quel momento che se cercavo la solitudine allora questa volta l'avevo davvero trovata.

Avrei avuto davanti altri 700km di vuoto, ma non potevo star li a pensarci troppo, il sole stava per calare e io ero completamente zuppa, domani ho pensato, domani poi lo aggiusti, non ti preoccupare.


E quando dico che la felicità si trova nelle piccole cose è proprio vero, perchè quella notte la felicità è stato trovare riparo all'interno di una tenda dove una vecchia mi ha acceso un fuoco per farmi asciugare e mi ha dato un paio di coperte in più quando ha visto che non avrei mai smesso di tremare, poi mi ha cucinato i momo che avrei voluto mangiare prima di guardare il fiume e anche se non parlavamo la stessa lingua ci sorridevamo con gli occhi, in fondo era stata lei a dirmi di entrare, in cambio solo poche rupie infangate

giovedì 6 settembre 2018

Scappo di casa e mi perdo in Kashmir - Capitolo I - L'adolescenza

Non era mai stato bravo con gli addii
Quando te ne vai, te ne vai
Aveva sempre pensato
Raramente è giusto dirsi addio
O è troppo informale e fa soffrire gli altri
O sei tu stesso a soffrire
Se esageri ed è troppo sentito, il tono non è giusto, e quando parti il vuoto dentro diventa troppo grande

Tratto da Untitled (viaggio senza fine)

Nel mio ultimo passaggio da Messina a Roma, qualche giorno fa, mi sono ritrovata a parlare con un militare paracadutista. Di tutte le domande che potevo fargli in merito alla sua professione, una tra tutte premeva per uscir fuori; volevo sapere quale la sensazione che si prova il giorno prima di buttarsi nel vuoto.
Marco ride e mi chiede la motivazione, solitamente tutti chiedono cosa si prova a buttarsi nel vuoto, a nessuno interessa capire cosa si prova negli attimi precedenti a quel gesto.

Ad ogni modo la sua risposta è stata proprio quella che immaginavo di sentire.

E' difficile da spiegare la sensazione di distacco dal mondo terreno che si prova nei giorni precedenti ad un lancio; una volta in aria, coi piedi puntati nel vuoto, tutto diventa più semplice, la mente, che nei giorni prima ha attivato dei meccanismi di autodifesa, nel momento in cui si trova a compiere il gesto si carica di adrenalina, rilasciando sostanze nel corpo che permettono di azzerare la paura e diventare più sensibili ai suoni, alla luce, all'aria, a tutto quello che ci circonda, a volte anche a quello che di norma risulta invisibile.
Ma i giorni prima del lancio, in quei giorni, è ben presente la consapevolezza che tutto potrebbe compiersi nel giro di poche ore e che oltre quella data fissata per il lancio, potrebbe esserci il nulla.
Anche dopo anni, sebbene questa sensazione si sia attenuata, quindi si faccia viva oramai solo una volta salito sul bus che lo porterà in aeroporto, in qualche modo permea, in maniera sottile e puntuale, provocando una fitta allo stomaco, ecco, quella è la sensazione di essere vivi.

Mi chiede ancora il perchè di questa mia curiosità, ed io che quando parlo con estranei, non racconto mai dei miei viaggi, gli dico solamente che è una sensazione molto familiare, sebbene i miei lanci nel vuoto non abbiamo nulla a che fare con il suo lavoro.

Ritornando a quel famoso addio, mi rendo conto che per me non è mai rivolto a nessuno in particolare. Poche volte nella vita ho detto addio a delle persone, e quelle volte che l'ho fatto era perchè sapevo che realmente non ci sarebbe stata possibilità in futuro di venirsi nuovamente incontro. Ma i miei addii sono rivolti principalmente a me stessa, con la consapevolezza che una parte di me muore ogni viaggio per lasciare spazio ad una nuova persona e che quella vecchia non tornerà più.
Col tempo, ma non dico che è stato semplice, ho imparato a non soffrirne più e a rendermi conto che la fatalità è l'unico destino che riesco a cercare al di fuori degli impegni quotidiani, per cui una personalità che si ritrova scissa in due ambiti non può far altro che mettere da parte quello che si è nel quotidiano per dar spazio e luce a quell'altro aspetto, alla paracadutista, a quella che ha bisogno di lanciarsi nel vuoto per provare la sensazione di essere vivi abbastanza da temere la fine di ogni futura possibilità.

Così quest'anno, dopo svariati tentativi, è stato l'anno del lancio nel vuoto.

In realtà non sarei dovuta partire, ma quella vocina dentro, quella che da qualche anno stava in disparte, un pò soffocata, ha cominciato a strillare forte fino a non farmi dormire la notte.
Ho comprato un volo, senza nemmeno sapere in che punto preciso atterrassi, solo considerando che era probabilmente abbastanza vicino ai posti che avrei voluto esplorare.
Ho comprato un volo e l'ho tenuto dentro un cassetto fino a qualche giorno prima della partenza, perchè questa volta, a differenza di tutte le altre, la fitta allo stomaco non è partita qualche giorno prima del lancio, ma nell'attimo in cui sono salita in quel bus per l'aeroporto.
Totalmente impreparata, totalmente inaffidabile, totalmente fuori dagli schemi che ho sempre seguito in precedenza e che in qualche modo mi rassicuravano; avevo bisogno per una volta nella vita di lanciarmi in quel vuoto senza pensare troppo alle conseguenze.

Arrivo a Delhi e in qualche modo capisco già che comincio a vedere le cose in maniera diversa dal solito. Non vengo abbagliata da quella povertà disarmante che tutti descrivono di ritorno dall'India, quella l'ho vita già in altre parti del mondo, capisco che è la quotidianità di quei luoghi, capisco anche che non posso rilegarlo solamente a quegli attimi in cui io posso vedere e che quando mi girerò dall'altra parte tutto questo mondo in qualche modo continuerà ad esistere, a prescindere dal mio futuro; non lo descrivono i miei gesti di donna bianca europea, quella è una realtà, la loro e probabilmente non ne conoscono una diversa, per cui potrebbero anche idealizzare la mia in maniera differente dal reale, proprio perchè si trova in un contesto dove di norma io non dovrei essere.
A Delhi mi trovo solamente di passaggio, è uno scalo, e lo prendo come tale, mi trovo in dovere di ammettere che forse sarebbe il caso di pensare a come comportarsi nei giorni successivi, ma non mi va di pensare e non mi sforzo nemmeno, cerco solo di godermi l'attimo in cui fisicamente mi trovo in quelle strade, senza farmi coinvolgere troppo, perchè non ammetto ancora che il mio viaggio in qualche modo era partito da li.

Che il viaggio fosse già partito lo capisco solamente l'indomani all'aeroporto, quando mi viene cancellato il volo Delhi - Kullu, 500km a nord della mia posizione.
Nel momento in cui l'impiegata della compagnia mi chiede se ho intenzione di provare a prendere il volo nei giorni successivi, con la premessa che sarei potuta rimanere bloccata a Delhi anche tre giorni a causa del maltempo, non ci penso un attimo e chiedo un rimborso. In quel momento non potevo rendermi conto che stavo per azionare una catena di eventi che mi avrebbero portata alla fine del viaggio ad essere sequestrata dai militari per sospetto atto di terrorismo.

Viaggiando da soli è più che normale che le cose accadono, non è una certezza scientifica, però le cose succedono così senza un particolare motivo e col tempo mi sono abituata all'idea che una soluzione, anche se scomoda, c'è sempre, per cui bisogna essere flessibili e lasciare che le opzioni della vita si affaccino in modo fortuito, senza negarsi troppo al caso.

Ancora di fronte al banco della reception, con una ricevuta di rimborso in mano, mentre goffamente tentavo di tenere in equilibrio lo scatolone della bici ancora imballato, pensando già ad un modo alternativo di raggiungere Kullu il più in fretta possibile, noto che il ragazzo di fianco a me mi guarda incuriosito.
Non ci penso un attimo, vedo che anche lui stringe in mano una ricevuta di rimborso, lo guardo e gli chiedo se ha intenzione di andare ancora a Kullu.
Mezz'ora dopo ci trovavamo io, questo ragazzo australiano e un altro curioso tipo francese, in un garage vicino l'aeroporto a chiedere per una macchina in affitto.


Sono almeno 10 anni che mio padre insiste sul fatto che devo prendere una patente perchè prima o poi mi tornerà utile, e io sono altrettanti anni che gli dico che in qualche modo anche senza patente secondo me una soluzione riesco a trovarla.



Appena 16 ore dopo, si, perchè ci sono volute 4 ore solamente per uscire da Delhi e altre 12 per fare 500km di autostrada, perchè in realtà autostrada non è, mi trovavo in un ostello a Kullu, alle 4 del mattino, finalmente su un letto, giusto il tempo di chiudere gli occhi un paio di ore, prima di spacchettare la bici, montarla, aggiustare il carico e partire, non si sa bene per dove, ma finalmente rimanere sola con me stessa dopo quasi un anno dall'ultimo viaggio.





Questo è stato un punto di partenza decisamente alternativo a tutto quello che avrei potuto mai immaginare, ma non so per quale motivo in quel momento, ma anche adesso, ripensando a quello che avevo fatto, mi viene da ridere. Incoscienza, forse nemmeno troppo, semplicemente credo voglia di libertà, un pò quella che si prova a 14 anni, quando l'attimo in cui i tuoi genitori partono e ti lasciano la custodia di casa per una settimana tu organizzi la festa dell'anno e anche se sai benissimo quello a cui vai incontro non te ne frega niente lo fai lo stesso. Ecco, credo di essermi sentita proprio come un'adolescente, ero consapevole che una volta in bici, in quei posti, avrei avuto una grossa responsabilità su me stessa, ma in quel momento, il momento in cui ancora tutto doveva succedere, volevo essere semplicemente libera, persino dalla compagnia aerea.

Italian Coast to Coast from Roma to Pescara

"In natura un contorno non esiste, dunque la forma disegnata dall'artista non è un elemento realistico, ma una sorta di spettro"

G. De Chirico

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