martedì 28 novembre 2017

Scappo di casa e mi perdo nel Sahara - #km0 - Marrakech

Sperando che questo preambolo non vi abbia annoiati e che sia servito un pò a far capire la logica del viaggio io comincerei come sempre dall'inizio.


Quest'anno per la prima volta in assoluto sono partita senza avere un appoggio amico all'estero (le altre volte ci sono sempre riuscita, non so come, non so perchè, ma ho sempre trovato un appoggio iniziale grazie ad amici di amici di amici e di questo sono tutt'ora molto felice, anche perchè ho avuto occasione di conosce persone splendide con le quali mi sento volentieri ancora dopo anni, questo non vuol dire che debba necessariamente seguire la formula ogni anno).
Ho trovato un riad appena dentro le mura della medina in Marrakech grazie a un noto sito di prenotazione, il prezzo era ottimo, la struttura nuova, quindi perfetto per una persona che ha bisogno di ambientarsi e di uno spazio per una notte dove maturare le idee per i giorni successivi.



Niente di più sbagliato.

L'arrivo a Marrakech è stato abbastanza traumatico. Il mio ospite era un ragazzo di nome Hassan che lavorava nella struttura da poco più di un mese. Dalla sera prima del mio arrivo cerchiamo di comunicare con difficoltà per via della lingua e l'insistenza del volermi procurare un taxi che mi porti dall'aeroporto al riad comincia a snervarmi. Decido che comunque non avendo di meglio a portata di mano mi farò fregare questi soldi appena atterrata.



Il taxi, guidato da un ragazzo, Abdul-qualcosa, che era tutto tranne che loquace, mi porta fino all'ingresso della medina, dove lui prende i suoi soldi e mi abbandona in fretta in balia di un gruppo (saranno stati una decina) di uomini armati di carretti da trasporto che fanno a botte per strapparmi lo scatolone della bici e issarlo sul loro curioso mezzo. Non ho nemmeno il tempo di capire dove sono o che cosa sta succedendo che uno di loro, il vincitore, comincia a farsi largo tra la folla delle viuzze della medina sicuro di dove stia andando e io cercando con un occhio di leggere la cartina e con una mano di tirargli la camicia devo arrendermi perchè lui non mi ascolta, è già partito e batte i pugni sullo scatolone urlando qualcosa per farsi largo tra la folla.
Tutto intorno a me è polvere, pozzanghere, motorini che scheggiano impazziti tra la gente, ogni sorta di venditore ambulante, bambini che corrono e si picchiano e tutti che urlano o parlano (a voce troppo alta) e sopratutto nessun turista (o meglio uomo bianco).
Mi sorprendo molto nel realizzare che la folle corsa finisce proprio davanti la porta del riad, dove allo strillone regalo tutto quello che di spiccio avevo in tasca, non capendo quanto in realtà gli sto cedendo per quella passeggiata di appena qualche minuto; capisco dal tono incazzato della voce e dalla sua espressione di disgusto che i soldi che gli ho dato sono pochi, ma per fortuna Hassan apre la porta del riad in quel momento e con qualche parolaccia in arabo e un paio di calci e forse la promessa di un bottino più proficuo riesce ad allontanare lo strillone.
Chiudo la porta alle mie spalle e in un attimo il silenzio (che non dura a lungo, ma è pur sempre un attimo di respiro).










La faccia sorniona di Hassan non mi convince immediatamente, ma mi chiede di posare lo zaino in un angolo e prima di accompagnarmi alla stanza pretende assolutamente di bere un tè con me, e io (che non ho di meglio da fare) non riesco a dire di no.
Inizia a starmi simpatico quando mi chiede il motivo del mio viaggio e comincia a segnare sulla mia cartina tutti i posti dove non è sicuro dormire in tenda; mi convince un pò meno quando capito che una delle tappe era Merzouga insiste nel dire che devo andare ospite dalla famiglia e cerca di organizzarmi una serie di cose che devo assolutamente fare; mi viene in mente che forse cerca di indirizzarmi verso posti turistici, guidata da alcuni componenti della sua famiglia, solo per ricevere un compenso o qualcosa del genere, ma scoprirò presto che a un marocchino non puoi dire di no, sopratutto se è berbero.

Montata la bici, procurata una scheda telefonica, fatto un giro di ricognizione della città (giusto per stordirmi un attimo), preparate le borse, mi faccio una doccia e ceno con il primo (di una lunghissima serie) tajine, cucinato da Hassan che scopro è un tuttofare all'interno del riad, anche perchè non vedrò in quel posto altre persone che lui.
A cena mi chiede di dargli il mio numero perchè vuole essere sicuro che non ci saranno problemi durante il viaggio e promette di chiamarmi tutti i giorni. Rimanendo un pò sulle mie (in fondo in questi viaggi cerco di disintossicarmi dalla gente, non cerco compagnia, nemmeno telefonica) provo a fargli capire che non è necessario, ma l'insistenza è troppa e cedo promettendomi di cambiare la scheda telefonica al primo posto dove è possibile farlo.

L'indomani alle 5.30 a.m. sono sulle scale del riad con la bici (che pesa sempre troppo) in spalla e cerco di fare piano per non svegliare Hassan, ma lui sta già in cucina con un tè pronto e tutti i tipi di dolci che potevano stare in un vassoio. La colazione è inclusa nel prezzo e anche se gli spiego che mi devo sbrigare perchè oggi ho solo salita rimango prigioniera fino alle 7 quando finalmente riesco a chiudermi la porta del riad alle spalle (finalmente un respiro profondo) e iniziare a pedalare.

La medina è completamente vuota, ancora troppo presto per tutti i venditori che sicuramente staranno preparando la merce, ancora troppo presto per i bambini che tra non molto correranno impazziti tra il labirinto di viuzze, troppo presto per gli strilloni che sicuramente accasciati in qualche angolo della città staranno ancora sognando una cascata di monetine regalate dai turisti per assistere un patetico spettacolo di una scimmia che ha stretto al collo una catena che la stringe e la immobilizza, troppo presto per tutti, tranne per me, perchè capisco che quell'ora e mezza in più mi avrebbe fatto tanto comodo, non voglio dormire vicino Marrakech oggi, non voglio sentire tutto quel casino, non voglio trovarmi al tramonto senza ancora aver capito dove fermarmi.

Comincio a correre per allontanarmi il prima possibile da quell'insieme di vite che tutte vicine sembrano cozzare tra di loro ma nello stesso tempo coesistere alla perfezione e senza accorgermene sono già tra le montagne dell'Alto Atlante, al tramonto e non ho ancora capito dove fermarmi, come nel peggiore dei miei incubi.
Nel fra tempo immagini di montagne e curve che mi hanno accompagnata per tutta la giornata passano davanti come quelle dei bambini che vedendomi da lontano si precipitavano correndo più veloci di me (che in salita con tutto quel peso al primo giorno ero veramente lenta) aggrappandosi al portapacchi e in modo fastidioso cercano quasi di farmi cadere e quando mi fermo per capire che vogliono uno di loro mi sputa dritto negli occhi centrandomi in pieno e corre subito via appena vede che la mia espressione da rassegnazione si trasforma in rabbia pura.
Capisco che il mio cartaceo (come del resto google maps) non serve a molto, non mi era mai successo, ma tra il dire e il fare ci sono di mezzo tantissimi villaggi che sulla mia mappa non sono segnati, c'è gente che sbuca all'improvviso da dietro un cumulo di pietre, ci sono tanti camion colmi di persone che da lontano gesticolano e da vicino urlano qualcosa di incomprensibile, c'è gente che passando sulla via che taglia in due i villaggi ride e cerca soldi, per me risulta alquanto improbabile piantare una tenda li in mezzo, proprio perchè non ho idea di dove mi trovo in quel momento, e mi sento scoraggiata, perchè non mi è mai successo di non riuscire a trovare un posto tranquillo dove piantare la tenda.
L'ultimo villaggio che incrocio mi sembra il più papabile, perchè è il più tranquillo o forse semplicemente perchè sono distrutta.
Mi fermo su un muretto diroccato cercando di fare mente locale e cercare di capire come trovare un posto dove dormire. Si avvicina immediatamente un uomo, è sdentato, parla solo francese, non capisco la sua età; non so come ma da una serie di gesti assurdi riesco a fargli capire che sto cercando un posto dove dormire. Lui prende la mia bici e mi dice (sempre a gesti) di seguirlo.
Io comincio a pensare di aver fatto un grosso errore, ma oramai è così e provo a vedere cosa succede.
Mi lascia all'ingresso di una struttura, sembra una casa, in realtà è un posto dove si mangia (ovvero dove tutta la gente del villagio va a mangiare) e mi chiede di aspettare. Qualche minuto dopo esce un ragazzo, Abdel, in realtà ci presenteremo esattamente 14 giorni dopo, però in quel momento mi sembra la persona più pericolosa del mondo. Mi fa capire che per 70 dirham (poco meno di 7 euro) posso dormire e cenare dietro il "ristorante". Mi assicuro che ci sia una stanza che abbia almeno la chiave e mi chiudo con la bici per uscire solamente un attimo per cenare.



Scendo le scale e mi ritrovo in questa stanza con soli uomini (capirò in seguito che uomini e donne non possono mangiare assieme) che si zittiscono appena vedono la mia faccia tra l'incredulo e il "ma che cazzo ci faccio io qua"; alcuni si alzano e mi lasciano un tavolo libero, il tipo sdentato che ho incontrato per primo mi chiede cosa voglio da mangiare, mi fa l'elenco e mi rendo conto che l'elenco comprende solamente due portate, quindi opto per una delle due a caso perchè tanto non ho capito comunque niente; mangio una roba che sa solo di cipolla e faccio finta che sia buona. Tutto questo dura più o meno 10 minuti, appena finito si avvicina un altro signore, anche lui senza età, anche lui senza denti, anche lui incomprensibile, però mi disegna una strada su un pezzo di carta bianco, la disegna con un coltello mettendo una croce su dove secondo lui ci troviamo in quel momento e mettendone un'altra alla fine della curva facendomi capire che l'indomani non dovevo prendere la strada grande, ma che dovevo proseguire per una strada sterrata perchè così avrei evitato non so bene che pericoli. Ringrazio, saluto timidamente i superstiti della cena e mi vado a chiudere in camera perchè l'indomani alle 5.30, stavolta puntuale per non commettere nuovamente lo stesso errore, voglio essere già per strada e anche perchè sinceramente non avrei saputo cosa dire a quelle persone che continuavano ad osservarmi in silenzio nella penombra della stanza.

E' passato un solo giorno e sento dentro che così non può andare avanti, o cerco di sforzarmi e cominciare a capire come ragionano oppure torno indietro mi prenoto una camera in centro e amen. Ma la curiosità, la stessa che mi spinge a partire ogni anno, è più forte di me, quindi conto i giorni che mancano secondo me alle piste, motivo della mia visita, e decido di dare una seconda possibilità al viaggio, in fondo forse sono solamente io che mi sono fatta influenzare da tutto quello che mi è stato detto prima di partire.

1 commento:

  1. Wow! Che inizio. Aspetterò con ansia tutto il resto del racconto... ma per me sei già: GRANDE ALEEE

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"In natura un contorno non esiste, dunque la forma disegnata dall'artista non è un elemento realistico, ma una sorta di spettro"

G. De Chirico

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