martedì 22 ottobre 2019

Lettere dal futuro / Untitled Mongolia

Alla cara me, quella che sarà lontana 9.000 km da ora


Ancora qualche mese e poi saremo di nuovo li, dove le emozioni prendono il sopravvento, dove sarà necessario dosare qualsiasi cosa, oltre i respiri, ogni pensiero.
Ho bisogno di ritrovarmi in un nuovo progetto, sempre diverso, con l'unica eccezione di mantenere la costante di ogni mio viaggio: essere lontani dal presente.
Un esperimento, anche questa volta, che indaga sugli effetti delle emozioni più viscerali; insomma, guardo al futuro e mi vedo di nuovo fuori dal mondo, in mezzo a quello che per molti è il nulla, per alcuni è il nulla fondamentale; fuori dal mondo, nel mezzo di una terra straniera.

Ho ricevuto un cartaceo della Mongolia, l'avevo chiesto a due amici in viaggio questa estate. Adoro le carte stampate, sono come obiettivi non memorizzati in un monitor, hanno consistenza solida, le scorro con la mano e mi fermo in un punto, qualcosa che mi rende curiosa. La felicità di esplorare un limite, renderlo proprio, oppure capire che non è ancora il momento, gli esperimenti servono a questo.
Raccolgo informazioni, spesso insufficienti, e non capisco ancora se si tratta di un superficiale carattere della mia personalità, oppure è voglia di non precludersi nulla.
Mi sorprendo ancora di come possa essere tutto relativo, pareri contrastanti che riflettono il modo in cui vediamo il mondo e l'unica via per scoprire il nostro punto di vista rimane sempre e comunque quello di trovarsi li in mezzo, dove ora vedo tracciate delle linee che sono piste, che forse esistono, forse sono state cancellate dal tempo, dal vento, dalle piogge.

Inizio a progettare, che per me significa tassellare dei nomi, prima solamente lettere confuse, in un quadro più preciso, quanto meno più razionale, intanto capire dove si trova quel nulla che per il momento è formato dalle lettere GOBI

venerdì 21 settembre 2018

Scappo di casa e mi perdo in Kashmir - Capitolo III - l'età di mezzo

Il silenzio usato come sostantivo, a differenza di quello che possiamo immaginare, è una parola che deriva dal latino Silentium silere, ovvero tacere, non far rumore, in senso figurato l'astensione dalla parola o dal dialogo.
Uno di quegli studi, inutili ma divertenti, anche se un pò sessisti, condotti da qualche università inglese o americana sostiene che in media pronunciamo 2.250 parole al giorno e se pensate al valore di questo numero e lo paragonate a quello che potevate immaginare è molto più grande di quello che uno si aspetta.

Quando viaggio non guardo spesso le foto dei giorni precedenti, ma a volte capita, quindi guardo le foto e penso: è davvero scontato il fatto che io mi trovi qua? Davvero, quanto scontato può essere? Migliaia di persone hanno sicuramente fatto quello che ho fatto nei miei viaggi e che farò in futuro, ma i miei genitori no. No, è vero, erano altri tempi, erano alte storie, ma io non appartengo al loro tempo, i figli dei miei amici probabilmente andranno in altre direzioni ancora, è il tempo che passa, le generazioni che cambiano, ma io sento di appartenere appieno a questa di generazione; lo spaesamento, il non avere radici, il costante equilibrio sul bordo di un baratro, il presente è oggi, domani chissà.

Constatato che il mio mp3 era oramai totalmente andato, non dopo pochi tentativi di rianimarlo, mi ero rassegnata all'idea che non solo avrei avuto a che fare con il silentium, che comunque è una costante dei miei viaggi in solitaria, ma allo stesso modo non avrei avuto possibilità di ascoltare altri rumori (nell'accezione di noises) che quelli della roccia che si sgretola, dell'acqua che scorre, del vento che leviga la faccia, delle ruote che schiacciano frammenti polverosi dell'unica strada possibile che avevo davanti per arrivare in quel posto che non so perchè mi ero fissata doveva essere uno dei punti da visitare assolutamente, non per la qualità della vista o per qualcosa in particolare, ma solamente perchè era vietato andare li e io dovevo assolutamente mettere piede in Cina.

Quando il mio cervello associa la parola strada e deserto in una frase che contempla il verbo attraversare succede che i miei occhi si illuminano come se quello fosse il mio unico scopo nella vita.

Succede che purtroppo in alcuni casi, quando vai in posti del genere, la burocrazia di mescola all'avventura rendendo il tutto un pò meno divertente di quello che ti aspettavi.
Per accedere a questa famosa zona proibita mi veniva richiesto l'Inner permitt, ovvero un foglietto di carta con un timbro della questura del Kashmir che accerti il fatto che tu stia andando in quei posti solamente a scopo turistico e che tu faccia parte di un gruppo di due o più persone; l'unico modo per ottenerlo è presentarsi di persona agli uffici, o tramite qualche agenzia, che si trovano però solamente nel capoluogo della regione, ovvero a Leh.
Un ulteriore problema è che viaggiando in bicicletta per me una deviazione di 200km equivale a due giorni di viaggio (+ 5.000m di dislivello) buttati al vento per avere uno stupido foglio timbrato, e quando due giorni si sottraggono a 20 te ne rimangono davvero pochi.

Con l'unica valvola di sfogo a disposizione (il mio mp3) oramai definitivamente defunto la cosa che più mi preoccupava era quella che i pensieri potessero diventare davvero pericolosi (io l'ho sempre pensato che il silenzio è l'arma più pericolosa del mondo). L'ultima cosa di cui ho bisogno in una situazione al limite del possibile è pensare a fatti negativi, alla fine avevo deciso appunto di partire anche per lasciarmi alle spalle un passato bello pesante da estirpare alla radice, non avrebbe avuto senso rimurginare (ancora!!!) sugli errori degli ultimi anni.
Forse per questo ho cominciato a tenere impegnata la mente con il mio nuovo passatempo: pensare a come eludere la frontiera.

Dopo quasi una settimana di vagabondaggio in mezzo alle montagne avevo più o meno intuito dove potessero nascondersi i posti di blocco.
Ogni posto di blocco è formato da una guardiola, all'interno un soldato con annesso fucile, una corda con delle bandierine fa da transenna, questi posti di blocco si trovano solitamente all'ingresso di vallate, in modo che tu non abbia possibilità altra che passare di la perchè ai lati della guardiola non c'è possibilità di passaggio, solamente strade a tornanti ... per chi ha un mezzo gommato ... per chi ha una bici e non ha paura di trascinarsela arrampicandosi tra i tornanti è tutta un'altra storia.
Mi rendo conto che passo da momenti di totale euforia a momenti di pessimismo esistenziale, solo che in alcuni casi il fatto di essere troppo positiva non mi fa rendere bene conto di cosa sto per fare, per cui mi ritrovo a volte a pensare che nell'immediato futuro mal che vada dovrò trascinare una bici arrampicandomi sui tornanti, mentre il tutto è leggermente più ostico

Attraversato il deserto tibetano che da Meroo va verso Nyoma il primo posto di blocco che incroci sta nella strategica posizione a ridosso di un fiume. Nella vita di tutti i giorni eviterei volentieri di immergermi in un fiume ghiacciato, ma quella non era la vita di tutti i giorni, oramai avevo preso consapevolezza del fatto che il momento era quello e mi sarei tolta la fissazione dalla mente una volta chiuso il cerchio delle cose da fare una sola volta nella vita, o almeno nell'arco di una giornata.

A Meroo decido di prendermi una bella pausa di riflessione giusto per accertarmi che quello che volevo fare era in realtà la cosa che più desideravo in quel momento.
Non credo nei segni del destino, nelle cose che piovono dal cielo, nelle frasi tra le righe, più di una persona mi ha detto che per me le cose o sono bianche o sono nere e se te lo dice più di una persona devi ammettere che una verità ci deve essere, ma ripeto, forse ci sono situazioni in cui bisogna credere a tutto, anche a quello che di norma non accetti.
Ordinato il mio solito thè con momo, "l'uomo della tenda" prende posto a sedere di fianco a me mentre io fissavo in modo alienato il bivio: da una parte una diretta per Leh, dall'altra parte il deserto tibetano verso una frontiera che forse non sarei mai riuscita ad attraversare, dentro di me un silenzioso scontro tra titani.
- It's really a good day - noto che al contrario di me ha voglia di parlare - No clouds, no wind, nothing - continua mentre io con la coda dell'occhio lo osservo - Where are you going?
- I really don't know, i'm waiting for something, but i don't know what exactly
- It's a common low, you think it could be simply in your way, but it takes other directons - il tipo dagli occhi di catrame riesce finalmente ad attirare la mia attenzione, mi chiede una sigaretta e comincio a girargliela
- Probably, but we can't do nothing to change the rules 
- You can always do something that maybe yesterday it was not in your mind
comincio a pensare che forse faccio male, ma sto leggendo tra le righe la risposta alla mia domanda
- I can't remeber about yesterday - rispondo ridendo
- Really good, we need to go in opposition with our rules to be stronger, for example, you are totally alone now, far from home, what it was yesterday in this moment it makes no sense anymore, you can do everything, nobody can judge you
E' alto, la pelle scura bruciata dal vento, occhi a mandorla piccoli e sottili, neri come la pece, i capelli lisci legati sopra la nuca, può avere cinquanta anni, ne può avere anche sessanta, è difficile distinguere l'età di chi è cresciuto sotto il sole, vive e veste le stesse cose probabilmente da anni, che cosa ci fa esattamente li?
- How many people have crossed this road? - guardo in direzione di Nyoma, e non so per quale motivo gli chiedo questa cosa, la chiedo e basta
- Not so much, military only, and sometimes someone like you, looking for adventure

in quel momento avevo preso la mia decisione, che io creda o meno ai segni del destino poco importa, perchè credo molto negli incontri.
Prima di andar via mi chiede come mi chiamo
- Alessandra! - glielo grido da lontano. Non so se si ricorderà di me nei prossimi anni, io di lui mi ricorderò per tanto tempo


La Meroo - Nyoma è una strada totalmente deserta, non c'è niente da vedere, è stata ideata come scorciatoia per i militari che da Manali vanno verso la Cina, nessuno ha motivo per passare di la, nessuno tranne una ragazza in bici intenzionata ad attraversare una strada solo per il gusto di farlo, perchè in quel momento era giusto così e doveva essere fatto.


Come ogni anno potrei spendere 5.000 e più parole per elogiare la bellezza dei luoghi desertici, ma come ogni anno non ne sono in grado, quindi non lo faccio, vi invito piuttosto a leggere i post che dal 2015 scrivo sui deserti che bazzico.






Quello che conta è che a quella dogana ci sono arrivata veramente e veramente ho pensato di poter essere in grado di scavalcarla, così ci ho provato.

Il confine è totalmente militarizzato, ma se il compito era trovare la falla del sistema in qualche modo ci sono riuscita.





La notte appartiene agli amanti, alla lussuria, a noi - a detta di Patti Smith, io aggiungerei che appartiene anche ai ladri di sogni. La notte permette di fare quello che a volte di giorno ci intimidisce, la notte permette di sminuire le inibizioni, la notte è per chi pensa che un gesto debba restare nascosto, la notte è fatta per scavalcare le frontiere.
Immergersi in un fiume ghiacciato, scavalcare la frontiera di Nyoma, totalmente al buio, sapendo che comunque non avrei potuto fare il giro che il mio tracciato preliminare prevedeva solo per il gusto di mettere piede nella zona proibita è davvero da incoscienti e mi vergogno pure a scriverlo, però in quel momento volevo che il mio pensiero superficiale avesse la meglio e così è andata.
In fondo per questo viaggio mi ero data solamente una regola: fare tutto quello che vuoi fare, nella totale libertà, sentendoti responsabile di te e nessun altro.

Dopo aver giocato a scavalca le frontiere, decido che è il momento di dirigermi verso Leh.

Tornando quindi indietro, questa volta per la strada principale, mi rendo conto che non ho più bisogno della musica per non diventare pazza, mi basta pensare che ho fatto abbastanza cose per permettermi il lusso di rilassarmi un attimo, anche se davanti a me c'è uno dei passi camionabili più alti del mondo, ma tanto nemmeno lo sapevo, come sempre ho pensato che la strada era una e che quindi era inutile star li ad interrogarmi su quanti metri bisognava salire su.


Il giorno seguente, oramai lontana da tutto quello che era stato qualche ora prima (viaggiare così è bello proprio perchè le cose hanno due metri e due misure: una è quella dei km e una è quella delle ore. A volte le cose vengono calcolate in ore a volte in km, provare per credere), mentre in tutta tranquillità salivo i 27 tornanti (si li ho contati) che sulla Keylong-Leh portavano a uno dei passi principali (Nakeela), mi affaccio a guardare dall'alto la vallata con la strada a curve che avevo appena fatto.
Tra la sensazione di vertigine dovuta forse alla stanchezza, forse all'altitudine, mi accorgo di un piccolo puntino nero che su due ruote sta percorrendo quei tornanti. Incuriosita, ma anche molto felice di aver trovato un mio simile, decido di aspettarlo, perchè no, in fondo non c'erano dei programmi precisi per i km a seguire.
Mylon è un ragazzo di 25 anni del Bangladesh che assieme ai suoi due compagni di avventura (ci ho messo un paio di ore a capire che erano in 3 e un altro paio a distinguerli, visto che erano vestiti uguali e avevano le stesse bici) stava per chiudere un viaggio di 65 giorni da casa a Leh. La gioia nel suo sguardo a riconoscere di avere pochi km davanti per chiudere un sogno progettato per un intero anno era qualcosa di spettacolare, forse anche più bello del paesaggio circostante. Siamo fatti di sensazioni, oltre che di carne, ed essere circondati da persone che esprimono emozioni vere non capita tutti i giorni.
Ci stringiamo le mani, una stretta di mani tra pari è sempre una bella cosa, in quel momento mi sento ambasciatrice del mio paese, ma allo stesso tempo non mi sento di appartenere a nessuna nazionalità, siamo semplicemente due persone che stanno facendo la stessa cosa e che per cultura non hanno nulla in comune, ma in qualche modo siamo uguali.


E' un ragazzo che un pò invidio, mi racconta del viaggio che hanno appena fatto, e io continuo a pensare che il mio tempo è sempre poco, vorrei tornare indietro a quando studiavo e non avere tutta questa fretta di crescere. Lo ascolto con attenzione e mi rendo conto che non parlo con qualcuno da molto tempo, sono felice di stare con lui e i due suoi amici, ma allo stesso tempo sento il bisogno di isolarmi ancora, quel silenzio era diventato una droga, oramai sentivo di essere una tossica.
Ci fermiamo a mangiare assieme in una di quelle tende che tanto ho amato, è una fortuna quando incontri gente che parla la lingua del posto, perchè finalmente riesco ad ordinare qualcosa di diverso dai momo, continuiamo per qualche ora, poi si rendono conto di essere provati dalla salita e dall'esserci sfondati metà delle provviste di quella bettola e mi propongono di piantare la tenda lì.
Non so perchè ho deciso di continuare senza di loro.
E' stato bello parlare per tutto quel tempo, ma avevo bisogno di stare ancora da sola con me stessa. Invento una scusa a caso, devo proseguire perchè ho poco tempo e non sono stanca e so di una vallata dopo il passo che è spettacolare e voglio vedere l'alba da lì etc etc ... mi guardano come se fossi completamente pazza, e forse un pò devo dargli ragione, ma dovevo andare.
- Maybe see you tomorrow, or maybe never again - quante volte ho detto questa frase, non c'è stata una volta che poi davvero ci siamo visti il giorno dopo, eppure mi ricordo di tutte quelle facce a cui l'ho detto, mi ricordo di tutti i loro sorrisi, mi ricordo come se fosse ieri i paesaggi, la temperatura, se avevo o meno i guanti, quando invece stento a ricordare cosa ho fatto il giorno prima quando mi trovo a casa.

A quel passo (Tangangla) ci arrivo con una piena consapevolezza di chi ero io in quel momento, avevo capito che il mio viaggio come ricerca si poteva dichiarare concluso nell'istante in cui ho piantato la tenda, ho guardato a 360° le montagne intorno e ho pensato: adesso sei esattamente nel posto in cui volevi essere.


Certe sensazioni non si possono descrivere, sono attimi di felicità; chi ha la fortuna di provarli riesce a ricordare la stessa sensazione che aveva da piccolissimo: quella volta che sei riuscita a scappare dalla morsa di mamma per infilare le mani nella fontana ghiacciata e hai provato la sensazione di bruciore ma anche di conquista, la prima volta che sei riuscita ad arrampicarti in cima ad un albero e guardando giù facevi una smorfia ai bambini increduli, quella volta che ti sei svegliata e hai trovato un cane in cucina e ti hanno detto che era tuo, la prima volta che hai sentito il cuore battere per qualcuno, la prima volta che hai detto a qualcuno quello che davvero provavi sentendoti totalmente libero. Sono tutte delle cose che con l'età diventano più rare, perchè siamo noi a diventare più complessi; ecco, viaggiare è quel mezzo che ti permette di tornare bambino, anche solo per un istante, ma quell'istante diventa un ricordo indelebile e noi in fondo non siamo altro che ricordi.

martedì 11 settembre 2018

Scappo di casa e mi perdo in Kashmir - Capitolo II - come direbbero i New order "Age of Consent"

Se ci interrogassimo su cosa desideriamo realmente scopriremmo che siamo tutti costantemente alla ricerca della parola felicità.
Il dizionario è ricco di riferimenti a dove si potrebbe trovare questa felicità; alcuni nella salute, altri nella serenità, altri ancora nelle opportunità; ma io credo che per natura questa parola non possa racchiudere un lasso di tempo troppo lungo, è più un sentimento puntuale, che una volta palesato viene immediatamente soffocato da altro, è quindi una ricerca costante, o almeno lo è per me.




Mi trovo così a partire da Kullu, alle 10 del mattino, dopo pochissime ore di sonno accumulate a caso un pò in macchina, un pò su di un pulcioso materasso buttato a terra in una struttura non classificabile in niente di quello che conosco, poche cose dietro; in un certo senso pochissime, dovrei cavarmela da sola su quei passi che bloccano la vista dell'orizzonte da subito, mentre guardo le punte innevate penso che sono davvero alte, penso anche con un pò di menefreghismo, che in questo viaggio non è mancato, di aver sottovalutato la situazione; in un altro senso le cose che mi porto dietro sono sempre troppe e mi impongo di rilassarmi.
Sono le 10, mi trovo in India, ho una bici, poche cose dietro, una voglia incredibile di perdermi tra quelle montagne e la possibilità di avere del tempo per stare da sola, in quel momento non c'è niente che tenga, in quel momento io sono la felicità fatta in persona.

Prima di partire mi avevano detto che avrei avuto bisogno di una scheda telefonica dello Jammur & Kashmir, perchè la normale sim indiana avrebbe a un certo punto smesso di funzionare; per motivi di sicurezza, essendo un paese in guerra da qualche anno, hanno la rete telefonica bloccata all'interno del poligono; quello che non mi avevano detto o che nel mio menefreghismo avevo evitato di sentire, era che non è possibile avere questa sim a meno che tu non sia un residente.
Benissimo.
L'ultimo messaggio che ricevo sul mio whatsapp è di una tipa conosciuta qualche giorno prima di partire, mi chiede come procede la mia vacanza a Saint-Tropez; mi viene da ridere, come mi è saltato in mente di dire che andavo in una Spa a Saint-Tropez non lo so, mi ha sempre fatto ridere il nome allora l'ho sparata così, avrei pure voluto rispondere "benissimo, sono in piscina da due giorni e si mangia un ottimo pesce", ma quando mi accorgo del messaggio è già troppo tardi, il mio cellulare ha smesso di ricevere e non lo avrebbe più fatto fino alla fine del viaggio, ma questo ancora non potevo saperlo.

L'entusiasmo del primo giorno è sempre qualcosa di veramente speciale, perchè a me dura soltanto un giorno, tutto il resto del viaggio di solito penso che sarebbe davvero più semplice nella vita andare a Sanit-Tropez in una Spa, ma poi quando ogni tanto mi giro e guardo la strada che ho appena fatto quell'entusiasmo risale, quando la sera mi ritrovo in tenda avvolta dal silenzio dei luoghi spogli quell'entusiasmo risale ancora e ancora, si può chiamare bipolarità?
In generale noto che l'entusiasmo si manifesta nel momento in cui ricordo che davanti a me c'è qualcosa che non ho mai visto e cala nel momento in cui le cose cominciano a diventare una routine, anche nel viaggio stesso.
E' con immenso piacere che posso affermare che quest'anno non c'è stato un solo giorno uguale a quello precedente e quella euforia che mi aspettavo di perdere già dal secondo giorno in realtà si è trasformata in adrenalina pura, forse anche un pochino esagerata.

Mi trovo così che saranno state le 18, il mio primo passo appena valicato, il Rhotang Pass 3.978m. 
Dopo essermi complimentata con me stessa, visto che guardando a destra e sinistra non notavo nessuno che potesse stringermi la mano, comincio ad avere il sentore che non proprio tutto va come sarebbe stato meglio che andasse.
Sfortunatamente per me arrivare a quell'ora su quel passo significava avere una sola ora di luce naturale a disposizione, niente cibo dietro, perchè il villaggio immediatamente successivo distava più o meno una trentina di chilometri, e la netta sensazione che una tempesta stesse per abbattersi proprio sopra la mia testa.

Non c'è problema, ricordo di aver pensato ingenuamente che tanto fino al prossimo villaggio a parte pochi km, il passo era andato, quindi era tutta discesa, allora col sorriso in faccia, la mente proiettata su un piattone di noodle e un thè caldo, mi rimetto in sella, seguo il tornate e mi blocco immediatamente. Quello che vedo non può essere vero: la strada non c'è. Al posto della strada la roccia nuda e appuntita, scavata a mo di sentiero tra le creste della montagna, praticamente come fosse un percorso di trekking al Gran Sasso. Non mi scoraggio affatto, non posso fare down hill con la bici carica, il rischio è di spaccare copertoni, forcella e portapacchi, penso che ci deve essere un errore, che sarà solo quel pezzo, che girato l'angolo solo fiori prati e tanto cibo, quindi proseguo a piedi con la bici in mano, canticchio pure quello che il mio mp3 passa in cuffia. Evito di alzare gli occhi la cielo, perchè so già che tra pochi minuti verrà giù tutto il mondo , però penso sempre che occhio non vede e cuore non duole. Solo quando i primi goccioloni mi lavano le mani e comincio a tremare dal freddo mi decido a cercare un punto dove poter buttare la tenda, solo che purtroppo è impossibile perchè si tratta di una strada larga 3/4 m, scavata appunto nella roccia, in pendio, ovviamente totalmente priva di luce artificiale e comunque camionabile, non posso piazzarmi lì in mezzo, durante la notte potrebbe passare un mezzo di trasporto o qualcos'altro e avendo avuto a che fare con le abitudini indiane, seppur da 48 ore, sapevo già che mi avrebbero ficcata sotto senza nemmeno accorgersene. 
Il tempo di un'occhiata veloce ed è già troppo tardi per tutto, la bufera è scesa giù, un rumore frastornante, un vento ghiacciato, una secchiata di acqua dopo l'altra e io non vedo più niente e comincio a maledire la mia stramaledetta incoerenza di vita.
Di norma fosse successa una cosa del genere in città avrei di certo cercato riparo sotto un cornicione in attesa che tutto finisse, ma in quel punto mi sembrava improbabile trovare un riparo, per cui comincio a scavare tra la roccia, spostando i massi più leggeri e lasciando quelli impossibili da rimuovere sopra, a mo di copertura, ricavando così una piccola nicchia al lato della strada.
Ovviamente non chiudo occhio tutta la notte, la bufera dura qualche ora, giusto il tempo di inzuppare tutto quello che avevo dietro, e io avvolta nei sacchi dell'immondizia che oramai mi porto dietro perchè non ho attrezzatura impermeabile, fisso la roccia sopra la mia testa e penso "sei una cretina, se questa cosa ti cade in faccia sono almeno 80kg tutti appuntiti, tra una settimana ti trovano qua e manco il riconoscimento possono fare".


L'indomani non aspetto nemmeno che sorga il sole, mi avvio che ancora non si vede nulla, tanto non avevo dormito e a questo punto pensavo pure che non lo avrei fatto fino alla fine del viaggio, volevo solo del cibo, avevo un buco allo stomaco e quando si ha fame, con quel freddo, dopo quello che avevo appena fatto, anche a quell'altitudine nemmeno ancora troppo importante ma pur sempre intorno a 4.000, non vedevo più ragioni, pensavo solo che a quel villaggio avrei saccheggiato le dispense. 
E a quel villaggio ci arrivo talmente felice di vedere delle tende e del fumo che anche se erano le 9 del mattino mi sono mangiata il pranzo di natale e il cenone di capodanno, commettendo il secondo errore di valutazione: se poi devi rifarti 1.500m di dislivello in salita per andare sopra i 4.000 non è il caso di riempirti come un maiale perchè è inevitabile che vomiti anche l'anima.




Vi assicuro che queste due esperienze nel giro di poche ore mi hanno insegnato molte più cose che tutto il mio ultimo anno di vita. Sono errori che si commettono una sola volta, anche perchè la seconda forse sarebbe stato troppo una sfida al caso, per cui era bene evitare.

Se volete un consiglio da amica ad ogni modo è quello di non chiedere mai ad un indiano in che condizioni troverete la strada a seguire. Non so per quale motivo non hanno cognizione di quello che può voler dire asfalto, oppure buon manto stradale, ho cercato di farmi un'idea del tutto e mi sono venute in mente tre papabili soluzioni:
1- non attraversano quella strada da molti lunghi anni, per cui i loro ricordi sono probabilmente sbiaditi
2- non hanno mai visto una strada asfaltata, per cui per loro quello è il top del top, e non voglio nemmeno immaginare come fosse messa prima
3- hanno una filosofia di vita distante da quella che conosco: vai zia tranquilla, una strada si trova, nel male e nel bene da qualche parte arrivi

Ho smesso di chiedere indicazioni al terzo giorno, mi ero stufata di illudermi, oramai avevo capito che più di 70km al giorno non avrei potuto fare, un pò per il discorso del dislivello costante, un pò per l'altitudine per cui avevo fatica a tratti durante la respirazione, un pò perchè al posto della strada ogni tanto passava un fiume da guadare ed a tal proposito non è mancata occasione di fare l'esperienza che più ha messo a rischio la mia vita in tutti i viaggi.










Storia già vissuta il giorno precedente: sta per fare buio, mi trovo su di un passo, ma ho ancora un paio di ore di luce, per cui sono la persona più tranquilla del mondo.
Comincio a scendere i tornanti, dovrei passare da quota 5.000 a poco meno di 4.200, sono 800m di dislivello da farsi spalmati in 20km, secondo i miei conti la strada non dovrebbe essere troppo ripida, il sole splende in alto ed è ancora caldo, anzi, caldissimo, nelle cuffie Wanderlust di Bjork che non evito di cantare a squarciagola mentre in discesa cerco di evitare le rocce più appuntite, ho il terrore di aprire in due i copertoni.
Incrocio le mie amate tende del villaggio, penso già a cosa posso mangiare, e con ancora le mie splendide cuffie verdi in testa, mi piace tenerle, perchè la gente mi guarda sempre perplessa, mentre faccio ciondolare la testa a ritmo di musica, mi affaccio a vedere se trovo qualcuno nella tenda. 
Vedo un omone di poche parole, anzi proprio nessuna, gli chiedo un thè e un piatto di momo, mentre io mi metto a sedere su di un masso in mezzo alla polvere e mi giro una sigaretta.

Che bella sensazione quando hai imparato dai giorni precedenti come gestire le situazioni e puoi permetterti una sana mezz'oretta di relax completo, senza troppo preoccuparti di dove buttare la tenda perchè tanto dovrebbe essere tutto asciutto e questa volta i tuoi calcoli sono giusti, ti trovi all'interno di una piccola vallata che proseguirà per ancora qualche km prima di ergersi nuovamente a passo, per cui ti gusti quella sigaretta che tanto bramavi da ore mentre in salita stavi quasi per sputare sangue e alla fine ti giri a ricontrollare la strada che dovrai percorrere e boom capisci di trovarti di nuovo al limite del normale: la strada che fino a 3, e dico davvero 3 minuti prima (il tempo di entrare in tenda chiedere il the e i momo e girare una sigaretta) era li, cioè una strada è fissa, non può spostarsi (!), adesso non esiste più, quella strada è un fiume.

Sono passati solo tre giorni dall'inizio del viaggio, quello in bici, ma io sento addosso il peso di tre mesi di viaggio, le esperienze si accumulano velocemente, una sopra l'altra e il loro peso è assurdo, per cui affronto anche questa cosa con totale menefreghismo e disinteresse per quello che sarebbe potuto accadere, come se tutto questo fosse la normalità, e in qualche modo alla fine lo è.
Guardo quello che era il principio del fiume, vedo che c'è un motociclista indiano fermo sul ciglio con le braccia alzate sui fianchi come a dire "che palle", poi vedo che si forma un gruppo di indiani proprio attorno a lui e cominciano a discutere, credo sulla possibilità di guadare o meno il corso d'acqua. Intanto l'omone del thè si è affacciato e mi ha lasciato la tazza per terra, in mezzo allo schifo, si mette ad osservare la scena. Non perdo occasione per chiedergli che fine abbia fatto la strada, mentre soffio sul thè caldo, come se fossi seduta in salotto, a casa, e lui come tutta risposta mi guarda come se quella fosse una cosa normale, anzi, non lo turba per niente
- Where is the way? - sento che pongo quella domanda in tono calmo e pacato, sicura che la risposta sarà la soluzione al problema
- No more way -  replica con la stessa calma il tipo, alza pure le spalle

Oooooooooook, tiro un grosso sospiro, rifletto in meno di un secondo, quello che viene fuori dalla riflessione è più o meno questo, tutto attaccato di fola nel mio cervello, in un nano secondo "il sole sta sciogliendo il ghiaccio, questo fiume assume portata maggiore di minuto in minuto, adesso la cosa si potrebbe risolvere nel giro di qualche ora o forse di una settimana, tu tra due settimane hai un volo che parte da Leh ed hai ancora più o meno 700km e tipo 4/5 passi davanti da affrontare, non conosci le condizioni stradali, che probabilmente saranno pessime anche più avanti, bhe Ale prendi questa bici e corri prima che il fiume diventi profondo!!!"

Lascio la tazza nello stesso punto in cui il tipo l'aveva poggiata, prendo 20 rupie e gliele metto in mano, poi raccolgo la bici dalla polvere e senza dire una parola mi affretto verso il fiume. La cosa è più difficile di quanto potessi immaginare vedendola da lontano.
Il primo piede sposta uno strato di fango, si scivola, il secondo piede comincia ad affondare. Ci saranno più o meno una ventina di metri tra una sponda e l'altra, il problema in quel momento non era più quanto potesse allargarsi l'argine in pochi minuti, ma quanto profondo e melmoso potesse diventare quello che già scorreva al centro. Cerco inizialmente di bagnarmi il meno possibile, le scarpe completamente sott'acqua, sento che più mi avventuro più il livello sale. Mi fermo un attimo per riflettere, devo individuare quali i punti più bassi, una secca, qualcosa che possa indirizzarmi sul percorso meno pericoloso, e mentre mi fermo a pensare questo sento che la potenza del fiume, ogni attimo che passa sempre maggiore, cerca di strappar via prima a bici e poi i miei piedi. L'acqua ghiacciata ha fatto come da anestetico alle caviglie e la potenza del fiume li leviga e io sento che sto perdendo il controllo della situazione, lo sento nel momento in cui abbandono con una mano il manubrio della bici, adesso l'acqua mi arriva al cavallo dei pantaloncini. Sono esattamente al centro di quel fiume, in qualche modo sono fottuta.

Se c'è una cosa della quale ho il terrore è l'acqua e quello che non posso vedere sotto i miei piedi. Non so perchè, alla fine sono siciliana, non riesco a fare un bagno a mare, ne ho il terrore; mio padre mi ha accennato una volta per sbaglio che quando ero piccola mi hanno lanciata in alto mare e la vela alzata ha fatto partire il catamarano, per cui sono rimasta da sola in mezzo al profondo blu fino a quando dei pescatori mi hanno raccolta, ne abbiamo parlato solo una volta, probabilmente deve essere questo il trauma, ma non ho mai approfondito, combatto le mie paure giorno per giorno e a quanto pare funziona.

In quel momento non mi trovavo in acqua, il mio cervello non ha associato quel fiume ghiacciato ad acqua, ma a qualcosa che dovevo assolutamente combattere per non essere trascinata via. Mi decido a dare uno strappo netto quando dall'altra parte del fiume vedo un gruppo di indiani che comincia ad agitare le mani, sento un solo boato e vedo che un pezzo di montagna si è staccata dalla parete e con se porta un'altro immenso fiume di fango e detriti, è un rumore che sicuramente mi porterò dietro per tanto tempo, gli indiani li vedo sfocati, in lontananza, ancora troppo lontani da me. Capisco che il tempo è finito. Isso la bici per portarla in posizione verticale, irrigidisco le gambe anche se non le sento più, l'acqua adesso arrivata all'ombelico ha anestetizzato pure le cosce, ma non me ne frega niente, devo uscire da questa grandissima rogna. Un passo alla volta sento che riemergo, ma non mi tranquillizzo fino a quando l'ultimo piede non è stato tirato fuori da quel fiume marrone.
Un indiano mi aiuta tirandomi il braccio, io lo vorrei ammazzare, perchè nessuno mi ha aiutata mentre stavo per essere trascinata via? Perchè sono rimasti tutti fermi a riva a godersi lo spettacolo?
Sento una pacca sulle spalle, poi un gruppo che mi si stringe attorno e cerca di comunicare, ma non capisco cosa dicono, in quel momento li vorrei prendere a pugni, vorrei strillare per scaricare tutta l'adrenalina, ma immediatamente penso che loro non ne hanno colpa, avevo deciso io di andare dall'altra parte, nessuno mi aveva obbligata.
Ancora con l'animo un pò infuriato mi giro verso l'indiano che mi aveva preso il braccio e gli dico con tono abbastanza infastidito
- How is the road from here to Sarchu?
l'indiano mi guarda e non risponde
- Is it the same road? Better or no? Other rivers? - sento che la seconda domanda prende dei toni più accesi, come se lui potesse essere responsabile delle condizioni della strada
- No no, it's better - mi guarda titubante
- Are you sure?
- Yes, no problem
- Si si certamente! - lui se la ride, ha capito che sono più arrabbiata che spaventata, non posso far altro che sorridergli e inforcare di nuovo la bici



GLI OCCHI SANGUINANTI



Se c'è una cosa che più mi calma è la musica. Io non prendo sonno se non ho le cuffie con la musica accesa, poi mi sveglio nel cuore della notte con le orecchie che bruciano, ma non ne posso fare a meno, soffro di insonnia e l'unico modo che conosco per dormire è isolarmi dentro quel mondo.
Appena qualche metro dopo il fiume mi rendo conto che il mio mp3, quello storico, quello che 10 anni fa mi è stato regalato a natale e che si è fatto 8 anni di viaggi e contiene 5 giga del mio mondo ha una strisciata di fango all'interno, come tutta la mia attrezzatura interamente infangata.

Capisco in quel momento che se cercavo la solitudine allora questa volta l'avevo davvero trovata.

Avrei avuto davanti altri 700km di vuoto, ma non potevo star li a pensarci troppo, il sole stava per calare e io ero completamente zuppa, domani ho pensato, domani poi lo aggiusti, non ti preoccupare.


E quando dico che la felicità si trova nelle piccole cose è proprio vero, perchè quella notte la felicità è stato trovare riparo all'interno di una tenda dove una vecchia mi ha acceso un fuoco per farmi asciugare e mi ha dato un paio di coperte in più quando ha visto che non avrei mai smesso di tremare, poi mi ha cucinato i momo che avrei voluto mangiare prima di guardare il fiume e anche se non parlavamo la stessa lingua ci sorridevamo con gli occhi, in fondo era stata lei a dirmi di entrare, in cambio solo poche rupie infangate

giovedì 6 settembre 2018

Scappo di casa e mi perdo in Kashmir - Capitolo I - L'adolescenza

Non era mai stato bravo con gli addii
Quando te ne vai, te ne vai
Aveva sempre pensato
Raramente è giusto dirsi addio
O è troppo informale e fa soffrire gli altri
O sei tu stesso a soffrire
Se esageri ed è troppo sentito, il tono non è giusto, e quando parti il vuoto dentro diventa troppo grande

Tratto da Untitled (viaggio senza fine)

Nel mio ultimo passaggio da Messina a Roma, qualche giorno fa, mi sono ritrovata a parlare con un militare paracadutista. Di tutte le domande che potevo fargli in merito alla sua professione, una tra tutte premeva per uscir fuori; volevo sapere quale la sensazione che si prova il giorno prima di buttarsi nel vuoto.
Marco ride e mi chiede la motivazione, solitamente tutti chiedono cosa si prova a buttarsi nel vuoto, a nessuno interessa capire cosa si prova negli attimi precedenti a quel gesto.

Ad ogni modo la sua risposta è stata proprio quella che immaginavo di sentire.

E' difficile da spiegare la sensazione di distacco dal mondo terreno che si prova nei giorni precedenti ad un lancio; una volta in aria, coi piedi puntati nel vuoto, tutto diventa più semplice, la mente, che nei giorni prima ha attivato dei meccanismi di autodifesa, nel momento in cui si trova a compiere il gesto si carica di adrenalina, rilasciando sostanze nel corpo che permettono di azzerare la paura e diventare più sensibili ai suoni, alla luce, all'aria, a tutto quello che ci circonda, a volte anche a quello che di norma risulta invisibile.
Ma i giorni prima del lancio, in quei giorni, è ben presente la consapevolezza che tutto potrebbe compiersi nel giro di poche ore e che oltre quella data fissata per il lancio, potrebbe esserci il nulla.
Anche dopo anni, sebbene questa sensazione si sia attenuata, quindi si faccia viva oramai solo una volta salito sul bus che lo porterà in aeroporto, in qualche modo permea, in maniera sottile e puntuale, provocando una fitta allo stomaco, ecco, quella è la sensazione di essere vivi.

Mi chiede ancora il perchè di questa mia curiosità, ed io che quando parlo con estranei, non racconto mai dei miei viaggi, gli dico solamente che è una sensazione molto familiare, sebbene i miei lanci nel vuoto non abbiamo nulla a che fare con il suo lavoro.

Ritornando a quel famoso addio, mi rendo conto che per me non è mai rivolto a nessuno in particolare. Poche volte nella vita ho detto addio a delle persone, e quelle volte che l'ho fatto era perchè sapevo che realmente non ci sarebbe stata possibilità in futuro di venirsi nuovamente incontro. Ma i miei addii sono rivolti principalmente a me stessa, con la consapevolezza che una parte di me muore ogni viaggio per lasciare spazio ad una nuova persona e che quella vecchia non tornerà più.
Col tempo, ma non dico che è stato semplice, ho imparato a non soffrirne più e a rendermi conto che la fatalità è l'unico destino che riesco a cercare al di fuori degli impegni quotidiani, per cui una personalità che si ritrova scissa in due ambiti non può far altro che mettere da parte quello che si è nel quotidiano per dar spazio e luce a quell'altro aspetto, alla paracadutista, a quella che ha bisogno di lanciarsi nel vuoto per provare la sensazione di essere vivi abbastanza da temere la fine di ogni futura possibilità.

Così quest'anno, dopo svariati tentativi, è stato l'anno del lancio nel vuoto.

In realtà non sarei dovuta partire, ma quella vocina dentro, quella che da qualche anno stava in disparte, un pò soffocata, ha cominciato a strillare forte fino a non farmi dormire la notte.
Ho comprato un volo, senza nemmeno sapere in che punto preciso atterrassi, solo considerando che era probabilmente abbastanza vicino ai posti che avrei voluto esplorare.
Ho comprato un volo e l'ho tenuto dentro un cassetto fino a qualche giorno prima della partenza, perchè questa volta, a differenza di tutte le altre, la fitta allo stomaco non è partita qualche giorno prima del lancio, ma nell'attimo in cui sono salita in quel bus per l'aeroporto.
Totalmente impreparata, totalmente inaffidabile, totalmente fuori dagli schemi che ho sempre seguito in precedenza e che in qualche modo mi rassicuravano; avevo bisogno per una volta nella vita di lanciarmi in quel vuoto senza pensare troppo alle conseguenze.

Arrivo a Delhi e in qualche modo capisco già che comincio a vedere le cose in maniera diversa dal solito. Non vengo abbagliata da quella povertà disarmante che tutti descrivono di ritorno dall'India, quella l'ho vita già in altre parti del mondo, capisco che è la quotidianità di quei luoghi, capisco anche che non posso rilegarlo solamente a quegli attimi in cui io posso vedere e che quando mi girerò dall'altra parte tutto questo mondo in qualche modo continuerà ad esistere, a prescindere dal mio futuro; non lo descrivono i miei gesti di donna bianca europea, quella è una realtà, la loro e probabilmente non ne conoscono una diversa, per cui potrebbero anche idealizzare la mia in maniera differente dal reale, proprio perchè si trova in un contesto dove di norma io non dovrei essere.
A Delhi mi trovo solamente di passaggio, è uno scalo, e lo prendo come tale, mi trovo in dovere di ammettere che forse sarebbe il caso di pensare a come comportarsi nei giorni successivi, ma non mi va di pensare e non mi sforzo nemmeno, cerco solo di godermi l'attimo in cui fisicamente mi trovo in quelle strade, senza farmi coinvolgere troppo, perchè non ammetto ancora che il mio viaggio in qualche modo era partito da li.

Che il viaggio fosse già partito lo capisco solamente l'indomani all'aeroporto, quando mi viene cancellato il volo Delhi - Kullu, 500km a nord della mia posizione.
Nel momento in cui l'impiegata della compagnia mi chiede se ho intenzione di provare a prendere il volo nei giorni successivi, con la premessa che sarei potuta rimanere bloccata a Delhi anche tre giorni a causa del maltempo, non ci penso un attimo e chiedo un rimborso. In quel momento non potevo rendermi conto che stavo per azionare una catena di eventi che mi avrebbero portata alla fine del viaggio ad essere sequestrata dai militari per sospetto atto di terrorismo.

Viaggiando da soli è più che normale che le cose accadono, non è una certezza scientifica, però le cose succedono così senza un particolare motivo e col tempo mi sono abituata all'idea che una soluzione, anche se scomoda, c'è sempre, per cui bisogna essere flessibili e lasciare che le opzioni della vita si affaccino in modo fortuito, senza negarsi troppo al caso.

Ancora di fronte al banco della reception, con una ricevuta di rimborso in mano, mentre goffamente tentavo di tenere in equilibrio lo scatolone della bici ancora imballato, pensando già ad un modo alternativo di raggiungere Kullu il più in fretta possibile, noto che il ragazzo di fianco a me mi guarda incuriosito.
Non ci penso un attimo, vedo che anche lui stringe in mano una ricevuta di rimborso, lo guardo e gli chiedo se ha intenzione di andare ancora a Kullu.
Mezz'ora dopo ci trovavamo io, questo ragazzo australiano e un altro curioso tipo francese, in un garage vicino l'aeroporto a chiedere per una macchina in affitto.


Sono almeno 10 anni che mio padre insiste sul fatto che devo prendere una patente perchè prima o poi mi tornerà utile, e io sono altrettanti anni che gli dico che in qualche modo anche senza patente secondo me una soluzione riesco a trovarla.



Appena 16 ore dopo, si, perchè ci sono volute 4 ore solamente per uscire da Delhi e altre 12 per fare 500km di autostrada, perchè in realtà autostrada non è, mi trovavo in un ostello a Kullu, alle 4 del mattino, finalmente su un letto, giusto il tempo di chiudere gli occhi un paio di ore, prima di spacchettare la bici, montarla, aggiustare il carico e partire, non si sa bene per dove, ma finalmente rimanere sola con me stessa dopo quasi un anno dall'ultimo viaggio.





Questo è stato un punto di partenza decisamente alternativo a tutto quello che avrei potuto mai immaginare, ma non so per quale motivo in quel momento, ma anche adesso, ripensando a quello che avevo fatto, mi viene da ridere. Incoscienza, forse nemmeno troppo, semplicemente credo voglia di libertà, un pò quella che si prova a 14 anni, quando l'attimo in cui i tuoi genitori partono e ti lasciano la custodia di casa per una settimana tu organizzi la festa dell'anno e anche se sai benissimo quello a cui vai incontro non te ne frega niente lo fai lo stesso. Ecco, credo di essermi sentita proprio come un'adolescente, ero consapevole che una volta in bici, in quei posti, avrei avuto una grossa responsabilità su me stessa, ma in quel momento, il momento in cui ancora tutto doveva succedere, volevo essere semplicemente libera, persino dalla compagnia aerea.

domenica 1 luglio 2018

I viaggi del disagio - Scafa/Campo di Giove VIA Monte Amaro

Chi già conosce la filosofia che adottiamo per i viaggi del disagio sa bene che dietro tutto questo di pianificato c'è ben poco; più che altro la volontà e la voglia di fare una cosa e portarla al termine, nel rispetto sempre e comunque della nostra salute e della natura che andiamo ad esplorare.

Qualche anno fa, più o meno tre se non sbaglio, vengo a conoscenza tramite una ricerca google di un posto che si chiama "Fondo di femmina morta". Si trova sull'altopiano della Majella, a 2.500m di altezza percorribili per 7km lungo il costone della montagna. Raggiungerlo è possibile farlo da più direzioni in base al grado di difficoltà che si vuole affrontare. Io e il mio socio del disagio però avevamo la fissa di voler percorrere la Majella per lungo, passando dalla cima più alta sul Monte Amaro (2.793m). Più volte abbiamo provato a raggiungerlo, partendo da sud, ma capitando sempre nel periodo di pasqua non facevamo altro che andare incontro a braccia aperte al clima troppo sfavorevole per poter chiudere il giro che volevamo fare.
Per fortuna, una serie di eventi quest'anno mi hanno portata ad avere diversi giorni liberi da sfruttare e quindi, come sempre tramite una breve serie di messaggi molto coincisi, io e il mio socio decidiamo di prenderci un fine settimana lungo per provarci ancora una volta.

Oramai è rinomato il fatto che io non ho una patente, mentre il mio socio non ha un mezzo di trasporto, quindi la cosa più logica da fare in un caso del genere è informarsi sui mezzi di trasporto e procedere fin sotto la montagna tramite un bus, ma noi facciamo i viaggi del disagio per cui poco importa di arrivare freschi e puliti ai piedi della Majella, noi vogliamo vivere il disagio puro e decidiamo quindi di partire a piedi direttamente dalla stazione di Scafa, ovviamente appena arrivati, ovviamente verso l'imbrunire.

A sinistra il nostro maldestro tentativo di recuperare la foto non fatta a Scafa perchè nella fretta di darci da fare ci siamo fatti prendere dall'entusiasmo e siamo partiti spediti in direzione del massiccio.

Attenzione, adesso parto con la parte malinconica/sentimentale/personale/patetica del viaggio:

in quelle calde estati siciliane, quando ero ancora troppo piccola per vagabondare in giro da sola e troppo grande per passare il tempo con giochi e simili, sdraiata sull'amaca nella veranda della campagna, dondolandomi con un piede sul muro osservavo spesso la luna e ascoltavo in silenzio i versi delle cicale e di tutti quegli animali che solitamente possono far compagnia nelle estati silenziose e solitarie di un posto come quello in Sicilia. Pensavo tra me e me che la notte è molto affascinante, per una serie di motivi, uno in particolare è la sensazione di essere ancora più soli perchè tutti quanti dormono e quindi nessun occhio indiscreto può osservare nascosto in un angolo, nessun occhio può giudicare, nessun occhio può mettere in discussione le tue mosse. Guardavo la luna e pensavo che sarebbe stato bellissimo prima o poi, invece di fantasticare, trovarsi a passare davvero le notti in giro, per i boschi, osservando in modo discreto le usanze dei luoghi, senza mai farsi sorprendere da alcun uomo, ma farsi sorprendere solamente dai pensieri, quelli del momento, pensando che in fondo domani ci sarà da vedere altro, ci sarà da pensare ad altro.

Penso che tutti quanti abbiamo dimenticato i nostri desideri di quando eravamo più piccoli, ma che inconsciamente facciamo di tutto per realizzarli, così 20 anni dopo, in una notte di fine giugno, mentre silenziosamente attraversiamo un luogo mai visto prima, mi giro a guardare le luci di un paese che sicuramente di giovedì sera al crepuscolo sta già pensando di andare a dormire e ricordo la sensazione di vuoto dell'amaca e ricordo l'odore della campagna e ricordo quei grilli e saluto quella non ancora adulta con un sorriso pensando quasi di sussurrarle all'orecchio: se solo sapessi tutto quello che ancora hai da vivere!


Dopo più di 20km a piedi in salita, di notte, siamo stanchi, anzi distrutti e decidiamo che buttare le tende sul pratone di fronte ad un albergo chiuso ai piedi della montagna con la speranza che l'indomani ci possa essere un buon caffè e una colazione a svegliarci ci farà dormire sicuramente meglio, così chiudo la zanzariera, mi sdraio e per la prima volta dopo mesi riesco a dormire senza mai aprire gli occhi nel cuore della notte, senza pensieri, senza paure; non è di certo uno dei posti più belli dove ho dormito, ma è l'influenza della montagna che ci osserva dall'alto che mi fa stare meglio, o forse è dormire in un posto che non conosco ma sa di casa, o forse è solo la stanchezza, ma di certo so che mi fa star bene ed questa è l'unica cosa che conta.


E svegliarsi con il furgone del proprietario parcheggiato e l'odore del caffè in mente rende il tutto ancora più bello. Ci aspetta una giornata veramente impegnativa, quel caffè (anzi quei due) me lo godo fino all'ultimo goccio e mentre aspetto che il mio socio finisca di sistemare l'attrezzatura guardo la Majella e penso: tesoro mio, tu oggi mi darai proprio una bella lezione!


Già attaccando dal versante Nord capisci che non sarà una passeggiata, ma noi di tempo ne abbiamo, e anche di voglia, per questo prendiamo tutto con calma, quella calma che comunque fa bruciare i muscoli della cosce, degli addominali, dei glutei, ma lei è troppo bella, quindi tutto questo passa inosservato, e ci lamentiamo silenziosamente mentre tra una pausa ed un'altra non possiamo smettere di fare quei tipici versi di due bambini dentro un negozio di caramelle.
Il cellulare non prende, sono la persona più felice del mondo, quando il cellulare non prende vuol dire che stai andando nella direzione giusta, quella del "non me ne frega niente di quello che succede intorno a me, esiste solo tutto quello che riesco a vedere fino all'orizzonte, tutto il resto può aspettare e se non aspetta a maggior ragione non me ne frega niente"


Il primo step è andato, quello che vediamo è il Bivacco Carlo Fusco, una struttura gialla in mezzo alle mille tonalità di marrone della montagna, sappiamo che la strada è ancora moooolto lunga, ma noi come sempre abbiamo tutto il tempo del mondo e anche il clima questa volta sembra essere dalla nostra parte, abbiamo solamente qualche banco di nebbia che ogni tanto ci taglia la visuale e pazientemente aspettiamo avvolti dal freddo della nebbia che il vento porti via quelle goccioline rarefatte per spianarci nuovamente l'orizzonte e farci proseguire in sicurezza, e quello che si apre alla vista ogni volta che la nebbia va via è ovviamente lo spettacolo degli spettacoli






Trova il CAMOSCIO



Trova la DISAGIATA



Proseguiva tutto per il verso giusto, ed eravamo anche molto contenti del nostro passo che stranamente, per due che l'ultima volta che avevano fatto attività fisica era stato quella volta ad aprile che siamo andati sull'Etna, era nella media, se non superiore a quello che avevamo calcolato.
Mancava ancora poco, solamente gli ultimi 3 portoni con 300m di dislivello fino alla nostra meta, la cima del monte Amaro, dove volevamo passare la notte, quando ci accorgiamo di un piccolo problema tecnico: il percorso segnato a un certo punto viene bruscamente interrotto da un cumulo di neve vecchia non ancora sciolta, proprio sulla cresta, una di quelle cose che se non viene affrontata con la testa, visto che non siamo attrezzati, può anche farti dire ciao ciao alla tua cara vita.




C'è sempre una raffica di pensieri che viene in mente in una situazione simile, tutti assieme, tutti velocissimi, tutte soluzioni che potrebbero essere giuste o sbagliate e tra tutte quante bisogna scegliere la meno peggio, anche se questo vuol dire che nonostante l'acido lattico bisogna fare un ulteriore sforzo e non pensare che oltre il peso del corpo stai trascinando anche un bambino morto dentro lo zaino; quindi: tornare in dietro non si può, è troppo tardi, passare la notte li sarebbe inutile, il problema non si risolverebbe lo stesso, passare da sopra (la soluzione che avrei adottato io) è la scelta più veloce, dovremmo solo arrampicarci per pochi metri e scavalcare l'altra parte della cresta, ma non sappiamo se i massi possono reggere tutto il peso che trasciniamo e non ci va di sfidare la morte e non sappiamo cosa c'è dall'altra parte. Non rimane che scendere lentamente sul fianco, appena sotto il covone di neve, facendo attenzione a non scivolare sulla roccia friabile per ritrovarsi con una spalla rotta a fondo valle mentre i sassi scivolano via schiacciandoti le dita



per poi risalire, altrettanto lentamente sempre facendo attenzione a non mettere un piede in una punto troppo friabile che potrebbe farti scivolare giù e lì sarebbe un casino



E' l'adrenalina che mi fa muovere così in sicurezza, perchè l'acido lattico al pensiero di trovarsi schiantati a fondo valle è sparito del tutto e son tornata indietro al giorno prima, quando sono scesa dal treno. E' andata bene, anche questa volta, siamo felici di aver attraversato quel pezzo e anche se abbiamo perso 30 minuti preziosi non importa, siamo felici comunque.

La strada prosegue, adesso ci sembra davvero una passeggiata di salute. Nei rari momenti di calma sulla destra ci si apre lo spettacolo della valle dell'Orfento, mentre noi la osserviamo dai 2.700, ci reputiamo fortunati a poter godere di quello spettacolo indisturbati perchè in più di 11 ore di cammino non abbiamo incontrato anima viva, solo camosci e silenzio spezzato dal vento. Tutto questo non capita ogni giorno e io ringrazio sempre la mia forza di volontà che mi spinge a farlo, che vita sarebbe senza tutto questo? 


Super stanchi, coi piedi pieni di vesciche e gli occhi gonfi di bellezza arriviamo trascinandoci a malapena sui sassi, ma quella piccola struttura, una volta credo fosse rossa, che tante volte ho visto in foto fantasticando di poter arrivare a vedere con i miei occhi, adesso sta proprio di fronte a noi.

Io l'ho chiamata lo "Sputnik" anche se in realtà è il Bivacco Cesare Mario Pellino e non so perchè l'ho chiamata Sputnik, forse perchè nei miei sogni da bambina c'è sempre stato quello di fare l'astronauta, o forse solo perchè sono scema, ma a questo punto della mia vita non importa molto

Abbiamo una bottiglia di spumante, avremmo dovuto aprirla la sera, ma basta un solo sguardo una parola detta a mezza voce e la bottiglia si stappa da sola e noi festeggiamo la riuscita della scalata con un panorama mozzafiato sulla cima più alta della Majella





Quello che nei viaggi del disagio ognuno vuol fare è solamente affar suo, così quando il mio socio mi dice di voler passare la notte in tenda io glielo chiedo solamente una volta: ma sei sicuro?
Ma lui ha la testa mooolto più dura della mia e decide che assolutamente deve passar la notte in tenda lissù mentre io beatamente sbroglio il mio sacco a pelo all'interno del bivacco e alle 21 sto già in coma.
Durante la tempesta che si scatena la notte ho pensato diverse volte alla salute del mio socio, ma assolutamente convinta che in caso di pericolo sarebbe stato lui stesso a voler entrare nel bivacco continuo a dormire.
L'indomani mattina, alle 7 decido che forse è il caso di andare a controllare, quindi attraverso i 40km/h di vento gelido che tagliano faccia e mani e busso alla tenda. Mi vedo la faccia di quel pazzo sorridente dentro il sacco a pelo, dopo quella notte da lupi che mi chiede la cortesia di andargli a stendere i jeans che erano praticamente zuppi.


Non faccio domande quando 1h dopo me lo vedo presentare in mutande, però più o meno mi convinco che il mondo è bello perchè è vario e di punkettoni come lui troppi pochi ce ne stanno.


Cominciamo la discesa per vedere finalmente il Fondo di Femmina Morta, dopo 3 anni di sacrificate tappe a singhiozzi. Ho paura che quel tempo così brutto riesca a rovinare il momento

E invece è il Monte Amaro che è proprio stronzo e sempre incappucciato, perchè appena 15 minuti dopo aver iniziato la discesa il vento cala bruscamente e il sole ci asciuga. Questo, penso, è un grosso regalo di questa montagna, se la sentiva proprio che forse era il caso dopo tanti sacrifici di regalarci questo panorama.







Non posso far altro che sentirmi avvolta da quella natura rude, cruda, infedele, ruvida, stronza, bellissima, l'emozione più bella ogni volta che penso che non ci sia emozione più bella, quella natura vera, molto più vera di tutte le persone che ho incontrato per strada


è veramente il Fondo di Femmina Morta e anche se chi legge può o non può capire, c'è dietro l'emozione più bella che si possa provare, un senso di pace interiore che nulla oltre questa natura può darti.
Mia madre direbbe "su quattru petre ittati ammienzu a nenti" (sono 4 pietre buttate in mezzo al nulla) ma io penso a tutto quello che c'è dietro in modo molto più spirituale e mi chiedo sempre da chi ho preso e dove andrò a finire



Tutto il resto lo abbiamo già vissuto le altre pasque. E allora ripercorriamo a ritroso quello che già abbiamo visto le altre volte e pensiamo che davvero questa è stata la volta buona e che adesso dobbiamo trovare una nuova meta, un nuovo obiettivo, un nuovo scopo, come nella vita, è per questo che amo la montagna, perchè la meta non è mai la fine

Di sotto, in ordine, io che bacio il Cartello di Campo di Giove mentre il disagio grava pesante sulle mie ginocchia; la vista della pizza incartata della conad sullo sfondo di un bar di Sulmona quando ancora non avevamo capito dove dormire; il nostro fantastico accampamento disagiato di fronte la stazione di Sulmona; un tentativo fallito di selfie disagiato con culo di mucca che volevo cavalcare per farmi gli ultimi 2km fino a Campo di Giove.

Tutto il resto bisogna viverlo e il consiglio che do sempre è di farlo a prescindere da come dove e perchè lo si fa, perchè ne vale sempre la pena





Tutte le foto sono del socio del disagio



Italian Coast to Coast from Roma to Pescara

"In natura un contorno non esiste, dunque la forma disegnata dall'artista non è un elemento realistico, ma una sorta di spettro"

G. De Chirico

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